Dietro le Quarte

AMIANTO NEMICO. Lavorare per vivere, morire per il lavoro

AMIANTO NEMICO. Lavorare per vivere, morire per il lavoro
gennaio 18
16:01 2017

Se guardiamo all’etimo è in quella “a” privativa, che dà inizio alla parola “amianto”, che sta la sua forza: a-mianto, dal greco, “non macchiato”, quindi immacolato, e incorruttibile. Ed è quanto ha incantato l’industria, che giustamente ha visto in questo materiale un eccellente prodotto per l’edilizia. Versatile, resistentissimo al fuoco, all’usura, alle trazioni.

Giustamente, sì. Ma solo fino a quando non si sapeva nulla della sua estrema pericolosità. Da quel punto in poi – e da quando il termine “mesotelioma” è tristemente entrato nel lessico comune di alcune comunità ospitanti le fabbriche come causa dell’esposizione all’amianto – la buona fede lascia il posto a colpe. “La Eternit di Casale Monferrato e la Fibronit di Broni: due comunità di fronte all’amianto” è il sottotitolo esplicativo in tal senso del testo di Bruno Ziglioli  “Sembrava nevicasse” recentemente pubblicato dalla nostra casa editrice.

cop-ziglioli

Si tratta della ricostruzione storica (ambito di ricerca e docenza dell’autore, presso l’Università di Pavia) di due casi tra i più gravi in Italia, eseguita ricorrendo anche a fonti sino ad ora inedite, particolarmente toccanti e significative quando orali, riportate in ampi resoconti in prima persona.

Leggiamo, ad esempio, queste righe: “Che ci sei venuto a fare qui dentro? Anche tu sei venuto a morire?” Così, l’11 novembre 1974, si sentì apostrofare il ventiquattrenne vercellese Nicola Pondrano neoassunto alla Eternit di Casale Monferrato, da un anziano operaio soprannominato “Marengo”, nell’ambiente spettrale del reparto molazze, buio e polveroso, carico di fibre di amianto accumulate ovunque e sospese nell’aria. Un filmato dell’Istituto Luce del 1936 mostra le fasi di lavorazione del minerale nello stabilimento piemontese, evidenziando come il contatto diretto tra i lavoratori e la materia prima fosse continuo e costante, senza nessuna particolare protezione, e come molte operazioni fossero compiute manualmente.

Eccolo, il filmato:

 

Si potrebbe obiettare che si era negli anni Trenta. Purtroppo però, aggiunge Ziglioli, quarant’anni dopo la situazione era pressoché immutata.

Questa volta è Nicola Pondrano, l’ex giovanissimo operaio neoassunto, a riferire, nel 2015, di quei giorni degli anni Settanta:

“L’amianto veniva ancora buttato giù coi forconi dai cameroni superiori […]. Nei magazzini, dove filtrava la luce del sole, dai lucernari, si vedeva la polvere in una maniera incredibile, e c’era quest’uomo, che avrà avuto allora 54 o 55 anni, ma ne dimostrava 80, con un fazzoletto legato intorno al collo: era il fazzoletto che si mettevano davanti alla bocca nei momenti più “polverosi”. Stava seduto su un sacco di amianto, con tutto l’amianto sfuso per terra, e si mangiava un panino […] Era uno degli ultimi facchini: erano 58, sono morti tutti”.

foto-x-post-ziglioliL’interno dello stabilimento Eternit di Casale dopo la chiusura nel giugno 1986
(archivio Afeva-Camera del Lavoro, Casale Monferrato)

Non a caso l’autore sceglie, quale titolo per le pagine del suo libro che dipingono la straziante situazione, “Le Spoon River dell’amianto”.

Da metà Ottocento, quando la stampa italiana informava dei molteplici e fortunati impieghi dell’amianto nel nostro paese, naturalmente ricco di questo minerale, fino al 1992, quando la produzione è bandita, la storia si fa da industriale a sociale, da politica a giudiziaria, con processi ancora in corso. Si attende per febbraio la sentenza del filone principale del processo Fibronit da parte del Tribunale di Pavia.

Una storia lunga, drammatica, scandalosa e tuttora cocente, che Bruno Ziglioli riferisce in queste pagine importanti anche per un pubblico di generici interessati. E come non esserlo, quando si parla di vicende che coinvolgono intere comunità, e il rapporto tra necessità di lavorare per vivere e morire per il lavoro.

Una prima parte del libro tratta la storia dell’amianto in Italia mentre le successive due, separatamente e con interesse particolare all’analisi di somiglianze e differenze, i casi di Casale e Broni.

“Pur nella tragica e persistente scia dei lutti, Casale Monferrato – scrive l’autore – è “uscita dall’amianto” perché ha trovato la forza di riconoscersi nel suo dramma, senza occultamenti o rimozioni, integrandolo nel tessuto e nell’identità comunitaria. Nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni, Broni ne è ancora “dentro”, proprio perché per lungo tempo non è riuscita a riconoscerlo come parte integrante, per quanto subìta e non voluta, del vivere e del morire collettivo”.

Già attento a suo tempo allo scandalo “Seveso”, di cui tratta nel 2010 ne “La mina vagante”, Ziglioli accenna in quest’ultimo lavoro anche al caso Ilva di Taranto.

Giungendo, nelle ultime righe, a queste generali conclusioni: “Ciò che emerge con chiarezza è che l’informazione e il coinvolgimento dei cittadini nelle scelte politiche e amministrative circa il destino delle aree urbane assume un’importanza ancora più forte, nel momento della crisi delle grandi ideologie e nella “società liquida” di oggi. Solo in questo modo le comunità possono riuscire a trasformare gli ostacoli in potenzialità. È una grande responsabilità collettiva posta in capo ai decisori, ai cittadini, ma anche ai possessori dei saperi in grado di orientare razionalmente le scelte: ovvero, a quel mondo scientifico e accademico che, conscio di tutti i pericoli connessi all’utilizzo dell’amianto fin dagli anni Sessanta, non ha saputo comunicarli e trasmetterli adeguatamente al di fuori dei suoi circoli”.

Anche da parte di Bruno Ziglioli giunge un contributo, attraverso questo prezioso libro, in tal senso.

 

 

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