Dietro le Quarte

COMPITI SÌ, COMPITI NO, COMPITI MA… Il parere di tre pedagogisti

COMPITI SÌ, COMPITI NO, COMPITI MA… Il parere di tre pedagogisti
luglio 29
12:59 2015

Si avvicina agosto e come da tradizione tutto si ferma, complice il sole, per consentirci di accumulare energia e far sì che la vacanza ritrovi il senso del suo etimo: di quel sano vuoto che è anche libertà.

Agli studenti però viene chiesto un impegno anche in questo periodo, soprattutto perché in Italia la chiusura scolastica è molto lunga, e questo giustificherebbe la richiesta di lavoro anche in tempo di riposo, almeno secondo una scuola di pensiero.

Perché tale pensiero, da qualche anno a questa parte, è messo in discussione.

Compiti sì, compiti no, è il problema.

Abbiamo dunque cercato, forti della presenza in catalogo di pedagogisti di alto profilo, di uscire da certe semplificazioni in cui facilmente si cade e chiedere spunti di riflessione, proponendo loro di prendere posizione nel dibattito attuale tra chi vorrebbe evitarli, chi li difende e chi propone alternative più creative se non addirittura di riflessione esistenziale.

In due casi abbiamo anche chiesto di accennare ad un proprio personale ricordo del rapporto con il quadernino delle vacanze. Da ognuno di loro, com’era nelle nostre aspettative, abbiamo avuto risposte particolarmente stimolanti.

Augurando a tutti i nostri lettori un’estate serena e di buone letture, proponiamo dunque le riflessioni di tre nostri autori, docenti e studiosi di pedagogia.

 

Anche DietroLeQuarte si ferma per un mese, a riposare e pensarci su.

Grazie sempre ai lettori, grazie agli autori.

Buone vacanze a tutti e arrivederci a settembre!

 

ulivieriSTEFANIA ULIVIERI STIOZZI è ricercatore confermato presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Milano-Bicocca, dove insegna Teorie e modelli della consulenza pedagogica.

Per la nostra casa editrice ha scritto Il counseling formativo. Individui, gruppi e servizi educativi tra pedagogia e psicoanalisi, Formazione clinica e sviluppo delle risorse umane (con Anna Rezzara) e Sándor Ferenczi “educatore”. Eredità pedagogica e sensibilità clinica.

L’abbiamo raggiunta telefonicamente ed ecco l’esito di una bella chiacchierata su questi argomenti, e le suggestioni che ci vengono da un pensiero molto originale:

“Ho pensato per qualche giorno alla domanda sui miei compiti delle vacanze… giungendo alla constatazione che non ho grossi ricordi. Questo ha fatto sì che mi chiedessi come mai questi ricordi non affiorassero nella mia mente. Doveva esserci un motivo, poiché abbiamo sempre una quantità di visioni chiare legate a quel periodo dell’infanzia. Perché non questa?

La mia ipotesi è che, in quegli anni, ci fosse una maggiore naturalità da parte mia – bambina peraltro piuttosto brava a scuola – e della mia famiglia nell’affrontare quella richiesta. Ma questo poteva avvenire perché era più naturale il rapporto in generale con la temporalità, e in particolare quella legata alla scuola. I compiti, in questo contesto, venivano “assorbiti” in un tempo che viaggiava ed era percepito con ritmi diversi da quelli di oggi.

I programmi erano meno concentrati, si svolgevano in maniera più graduale. E poi c’è la temporalità della vita: a quei tempi meno frenetica, meno accelerata. Oggi lo è non solo per gli adulti ma purtroppo anche, e molto, per i bambini. Le famiglie in quegli anni vivevano in modo diverso, e rispetto ai compiti estivi vigeva perlomeno una maggiore tolleranza, se non addirittura una certa quasi indifferente accettazione.

Oggi le famiglie spesso si incontrano davvero solo in quindici giorni di vacanza estiva perché entrambi i genitori lavorano e durante l’anno il tempo è poco. In tale situazione i compiti delle vacanze vanno a toccare l’unico spazio di aggregazione familiare che è rimasto.

In sintesi, la modalità con la quale vedo affrontare la questione dei compiti delle vacanze è troppo “didattica”: dobbiamo occuparci della struttura temporale della vita di oggi.

E invece il tema meno dibattuto è proprio la temporalizzazione della nostra vita, in un contesto di adultizzazione precoce che toglie infanzia al bambino e toglie infanzia anche all’adulto”.

 

 

farinaELISA FARINA è insegnante di sostegno nella Scuola primaria e collabora con l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, dove conduce laboratori sulla riflessione linguistica ed è tutor di Didattica della Lettura e della Scrittura. Per FrancoAngeli ha scritto “Il dettato nella Scuola Primaria. Analisi di una pratica di insegnamento”. Ha scritto per noi queste interessanti riflessioni:

“Ricordo, quando ero alla scuola elementare (all’epoca si chiamava così), di avere una gran voglia di completare il libro delle vacanze e insistevo con mia madre affinché me lo comprasse il prima possibile. Amavo anche la lettura e mi piaceva andare nella biblioteca del paese in cui trascorrevo gran parte delle vacanze a scegliere libri da leggere. Non amavo invece la compilazione della “scheda del libro”, perché mi faceva perdere la magia della lettura dovendo ridurre a una serie di concetti, o righe di spiegazione, tutto il mondo che avevo incontrato nelle pagine lette.

Ricordo che tenevo, di mia spontanea volontà, un “diario delle vacanze” in cui annotavo ciò che volevo, momenti più intensi e altri più spiacevoli ma nessuno, ovviamente, poteva accedere ai miei scritti.

Con l’avvento della scuola media e poi del liceo, il rapporto con i compiti è notevolmente cambiato e li ho sempre visti come un peso, una fatica e una privazione del tempo che avrei voluto dedicare agli amici, allo sport, alle vacanze!

Ora che sono insegnante non ho una grande predilezione per i libri delle vacanze proposti dall’editoria scolastica che invade i tavoli delle aule docenti con copie infinite di testi, e dove spesso gli insegnanti si accalcano per cercare quello che “ha i disegni più accattivanti” o ripropone gli argomenti affrontati durante l’anno. C’è un vero e proprio business commerciale e le case editrici fanno di tutto per cercare di catturare l’attenzione sia delle insegnanti (aggiungendo frasi come “con prove per i BES” oppure “contiene un’intera PROVA INVALSI”, a seconda della moda del momento) sia degli alunni (aggiungendo stickers, emoticons…), facendo assomigliare sempre di più il testo scolastico alle peggiori riviste commerciali presenti in edicola.

Non si può però negare che, proprio per le caratteristiche dette sopra, ai bambini il testo piace e, come succedeva a me da bambina, non si veda l’ora di comprarlo e compilarlo.

Lasciamo quindi questo desiderio ai bambini, ma come insegnanti non dobbiamo pensare che sia proprio quel testo delle vacanze che tiene allenata la mente dei nostri alunni e che consenta loro di non dimenticare il lavoro fatto durante l’anno! Pensare a ciò sarebbe una vera ingenuità!

Se come insegnanti riflettiamo attentamente ci rendiamo conto che questi testi piacciono tanto ai nostri alunni (come spesso alcune schede didattiche), oltre che per la grafica, perché di fatto la loro compilazione è estremamente semplice e assolutamente poco riflessiva: si inseriscono parole, si completano frasi, si esegue qualche operazione, ma non viene richiesta nessuna vera riflessione linguistica o logico-matematica. Si allena ciò che, almeno per la lingua scritta, viene definito “livello esecutivo” ma non certo quello “funzionale” e, ancor meno, il “livello epistemico”.

Se vogliamo veramente far lavorare i nostri alunni e aiutarli affinché utilizzino le conoscenze acquisite durante l’anno dobbiamo cambiare impostazione e consegnare loro, per esempio, problemi linguistici da risolvere attraverso un percorso di scoperta grammaticale, richiedere scritture per uno scopo e rivolte a dei destinatari (molteplici sarebbero le occasioni presenti durante le vacanze per una scrittura significativa), dare loro situazioni problematiche da risolvere o da inventare ecc…

Ma tutto ciò è un lavoro, non solo più faticoso per gli alunni, ma soprattutto per le insegnanti che dovrebbero pensare e preparare ad hoc queste situazioni e non si avrebbe la comodità del “tutto compreso” in un semplice testo dai mille colori.

Se vogliamo però che i nostri alunni ragionino, e non diventino degli ottimi compilatori poco riflessivi, è uno sforzo che vale la pena compiere o meglio, è un impegno etico”.

 

manteRAFFAELE MANTEGAZZA insegna pedagogia interculturale all’Università di Milano-Bicocca. Lungo l’elenco delle sue pubblicazioni, molte per la nostra casa editrice: ultimo in ordine di tempo “Color di lontananza. Educazione e utopia in Theodor W. Adorno”

Ci ha mandato un suo articolo pubblicato dal quotidiano “L’Ordine” dello scorso 7 giugno:

“La lunga estate è ormai alle porte e come ogni anno, tra la prova costume e le prenotazioni per il campeggio, salta fuori la discussione e la polemica (vorremo mica rinunciare alla polemica in questo Paese?) sulla lunghezza forse eccessiva delle vacanze estive. I ragazzi stanno troppo tempo lontani dai libri? Rischiano di dimenticare tutto? E poi: dove li mettiamo in questi mesi? Quest’anno la polemica sembra imperversare con particolare forza. Proviamo allora a discuterne da un punto di vista pedagogico.  La prima accortezza, fondamentale a mio parere per impostare la discussione, è assicurarsi che si stia parlando di educazione e apprendimento. La domanda che da pedagogista voglio pormi e che è la domanda che la scuola deve porsi è: che cosa è meglio per i bambini e i ragazzi dal punto di vista della loro crescita e dell’efficacia della scuola?

Indubbiamente tre mesi sono tanti per stare lontani dai libri. Ma perché “non andare a scuola” dovrebbe significare “stare lontani dai libri”? A parte i compiti per le vacanze (che certo dovrebbero essere creativi, narrativi, divertenti, dovrebbero portare a rielaborare ciò che si vive d’estate o a fare esperimenti, e dunque a rifuggire dai libri per le vacanze che spesso sono qualcosa di assolutamente orrendo), è però possibile stimolare comunque i ragazzi a leggere, tenersi in esercizio, pensare e riflettere. In fin dei conti anche calcolare la mancia per il cameriere dell’albergo è un esercizio di matematica, e chiedere di tenere un diario estivo è possibile anche se la maestra non l’ha imposto. Diverso ovviamente il discorso per i più grandi ma anche qui, più i compiti sono legati ad esperienze meglio saranno svolti.

Certo, la nostra società è complessa soprattutto per quanto riguarda il tempo dei ragazzi, e il mese di giugno ci presenta il conto di questa complessità: “non so dove mettere i bambini”; “i nonni abitano lontano”; “i tempi  di lavoro non mi permettono di seguirli”: tutte affermazioni purtroppo reali ma che  non possono riguardare in prima battuta la scuola. La quale non è un deposito e non deve essere intesa come un posto che “ci tiene i bambini” o “dove mettere i ragazzi”, ma come un luogo dell’apprendimento, il posto dove i ragazzi imparano tutti insieme. E i tempi della scuola (la giornata, la settimana, il tri-o quadrimestre, l’anno scolastico) devono essere pensati in funzione dell’apprendimento. Non vorremmo infatti che la discussione sui mesi estivi facesse la stessa fine di quella sul tempo pieno o sulla settimana corta. Cioè che si finisse col sovrapporre ai ragazzi e ai bambini le esigenze adulte (sacrosante, ma che in una società civile vengono dopo quelle dei piccoli e sono modellati su di esse).

Abbiamo anzitutto l’impressione che tra tempi pieni, prolungati, estesi  a scuola oggi i ragazzi ci stiano anche troppo. Secondo il pedagogista benedetto Vertecchi le ore di lezione in Italia sono le più numerose d’Europa con l’eccezione dell’Austria Le cose da imparare sono molte, i programmi sono complessi, ma decisamente 40 ore su un banco o comunque dentro una istituzione per un bambino delle primarie sono troppe, e lo affermano coloro che hanno studiato le istituzioni educative, da Erwing Goffmann a  Jean Oury. Limitarsi a ridurre le vacanze estive lasciando ancora più a lungo i ragazzi in classe non ha assolutamente senso.

Alcuni paesi europei ci mostrano certamente modelli differenti. Pensiamo ad esempio a realtà nelle quali le vacanze estive sono brevi ma sono compensate da finestre molto più ampie di sospensione delle lezioni ad esempio nella settimana di Pasqua o, per la Germania, del Carnevale o del Corpus Domini. Potrebbe essere una soluzione? E’ difficile dirlo, a certamente pensare di tenere i ragazzi tra i banchi a fine giugno a Palermo o a Napoli sarebbe climaticamente una sorta di attentato. Quando si studia un calendario scolastico il clima e la latitudine devono essere tenute in considerazione.

Dunque probabilmente un po’ più di flessibilità potrebbe essere un inizio di soluzione. Fatto salvo il monte-ore globale occorrerebbe lasciare un po’ più di libertà alle realtà perlomeno regionali di articolare calendari scolastici leggermente differenti ma  poi si parlerebbe comunque di variazioni minime, per recuperare a metà giugno qualche giorno delle vacanze di Pasqua eventualmente prolungate. Crediamo comunque che dopo il 15 giugno l’attività scolastica tradizionale debba chiudersi e non debba comunque riaprirsi prima della seconda settimana di settembre.

E allora la lunga estate italiana dei nostri ragazzi potrebbe diventare più flessibile in un altro senso. Perché non pensare a proposte   di collaborazione tra scuola e territorio, che prevedano esperienze non scolastiche in senso stretto ma nei confronti delle quali  la scuola comunque sarebbe titolare dell’aspetto formativo. La scuola è la nostra principale agenzia formativa: perché non pensare  ad accordi con il volontariato, con le associazioni, con gli enti locali per far svolgere ai ragazzi attività estive nel mese di giugno, che siano comunque monitorate dalla scuola, e che prevedano però temi entusiasmanti, colorati e appassionanti. Un corso di astronomia, una esperienza di esplorazione del territorio, ricerche sulla natura, sui mari, sulle montagne; situazioni di convivenza in un campeggio, esperienze all’estero, vacanze insieme; sport, musica, nuoto, teatro all’aperto: la cosa a nostro parere importante è che attività di questo tipo non si svolgano tra le mura scolastiche ma sia la scuola, al contrario, ad uscire verso il territorio, a contaminare e modificare i suoi spazi e i suoi tempi.

Stiamo aprendo il libro dei sogni, ce ne rendiamo conto; ma siamo noi ad essere,  sognatori oppure lo sono coloro che chiedono sempre di più alla scuola (apertura d’estate, pre- e post-scuola, tempi pieni e pienissimi) mentre nel contempo continuano a sottrarle   risorse economiche e organizzative? E’ del tutto ovvio che le proposte che facciamo costano un sacco di soldi: ma danno anche occupazione, permettono di impiegare le risorse e la fantasia di insegnanti ed educatori che attendono un posto, creano soprattutto una relazione virtuosa tra scuola e territorio. Occorre ovviamente una rivoluzione copernicana a livello di  gestione finanziaria. Ma finché non si capirà a livello governativo che qualsiasi discorso sulla bontà della scuola richiede un aumento netto degli investimenti, una politica di formazione e ri-qualificazione del personale, una seria programmazione delle nuove assunzioni, tutto quello che si potrà fare sarà accorciare o allungare di un giorno il calendario scolastico.

Come sempre è una questione di priorità, e di soldi.  Ma anche di pensiero. Perché mettersi a parlare di calendario scolastico senza avere chiara in mente una idea di scuola, una idea di cosa dovrebbe essere la scuola e come dovrebbe contribuire alla crescita civile e civica delle nuove generazioni, porta inevitabilmente a rincorrere le esigenze delle famiglie o peggio delle agenzie turistiche e degli alberghi.  E una volta condivisa una idea di scuola, forse finalmente inizieremo anche a mettere in discussione i tempi del lavoro e della produzione di una società che sempre meno permette ai genitori di essere tali; e che li spinge a chiedere alla scuola di essere una specie di deposito, la mattina come alla sera, d’inverno come d’estate”.

 

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1 Comment

  1. paola
    paola luglio 31, 18:25

    Sono psicologa, psicoterapeuta ed ex insegnante. Ho vissuto e lavorato in alcuni Paesi europei per alcuni anni (Belgio, Francia) e ho scoperto che da sempre i compiti delle vacanze non esistono in questi Paesi in nessun genere di scuola o livello. Saranno tutti “arrugginiti” i bambini, gli adolescenti e successivamente gli adulti che hanno avuto la “fortuna” di completare i loro studi in questi Paesi? Ne ho conosciuti molti e ho avuto l’impressione che se la cavino benissimo, anche senza i famigerati compiti estivi o natalizi o pasquali. Un vero incubo, da come li ricordo io.

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