Dietro le Quarte

CULTURA: NON SOLO AL MUSEO Nuovi luoghi, nuovi pubblici

CULTURA: NON SOLO AL MUSEO Nuovi luoghi, nuovi pubblici
ottobre 29
18:37 2014

[Fonte dell’immagine in evidenza: www.cosafarea.it]

Bisogna partire da due cose: intendersi sul significato di offerta culturale e leggere i numeri che ne quantificano la portata con attenzione e onestà. Il tutto al fine di disegnare un quadro aggiornato dei pubblici della cultura, come fa nell’omonimo libro (in questi giorni in libreria, per la collana “Pubblico, professioni e luoghi della cultura”) un bel gruppo di intellettuali di diversissima provenienza (economia, architettura, marketing, politica, arte…) radunati da Francesco De Biase ad affrontare il delicato e attuale tema.

Si tratta di interventi che entrano nel vivo, forti. A partire dalle considerazioni di De Biase in apertura, dove – con attenzione alle premesse appena sottolineate e in riferimento al calo di spesa per la cultura in Italia e di partecipazione dei cittadini su cinema, teatro, musei, mostre, concerti – scrive:

Media, giornali, e molte istituzioni culturali, hanno parlato di fuga dalla cultura, di decrescita culturale, di ignoranza diffusa e così via. E qui siamo di fronte ad un’analisi e interpretazione della partecipazione e del consumo culturale mal posta, parziale e non corrispondente al vero. […] Non ci sfugge o non siamo in grado di intercettare le altre forme di fruizione dei prodotti culturali?  […] Come sostengono Annalisa Cicerchia e Michele Trimarchi “la progressiva de-materializzazione e de-localizzazione di molti contenuti culturali sta progressivamente rendendo meno automatica l’identificazione fra luoghi e oggetti e pratiche di consumo o partecipazione culturale. Un film può essere visto in molti luoghi diversi dal cinema…”[…] Un’”antica” concezione di cultura che suddivide in generi, modalità e luoghi che ne fanno parte e in altri che ne sono esclusi, rende difficile sia comprendere la diversificazione e la complessità del mondo culturale odierno sia individuare adeguati strumenti di raccolta, analisi e valutazione”.

E poi: “Esperti sottolineano la corresponsabilità sia della pubblica amministrazione (finanziamenti a pioggia, scarsa valutazione dei risultati, assenza di logiche gestionali) sia di molti soggetti artistico-culturali, in quanto hanno posto scarsa attenzione ai pubblici. Una disattenzione che si è manifestata attraverso un conservatorismo nell’ambito dei beni culturali, nel rifiuto di confrontarsi con l’eterogeneità del pubblico e con il mercato, nella mancanza di interesse e volontà di analizzare il pubblico. […] Poco si è indagato sulle tendenze, i gusti, i bisogni, i consumi del pubblico e ancor meno su coloro che ingrossano le fila del “non pubblico”.

Suddiviso nelle sezioni Ragioni, Analisi, Prospettive, Strategie e Pratiche, il volume propone l’indagine critica insieme a testimonianze d’esperienza e best practices relative alla partecipazione dei cittadini alla vita culturale. Lo fa affidandosi a voci importanti, tra le quali citiamo – poiché parla di libri – Antonella Agnoli e il suo contributo sulla biblioteca come nuova piazza della cultura.

cover de biase

Attentissima al ruolo sociale della biblioteca, e quindi all’organizzazione degli spazi anche a tale missione pensati, scrive:

“Di biblioteche c’è bisogno, soprattutto nelle zone del paese più degradate e sfilacciate urbanisticamente, socialmente e culturalmente (larga parte del Sud, le periferie delle grandi città, i territori distrutti dall’urbanizzazione selvaggia), dobbiamo interrogarci su quale ruolo può svolgere una “piazza del sapere” in queste realtà”.

Tra i migliori, se non il migliore esempio italiano di biblioteca come spazio pubblico, e vicina a esperienze internazionali quale la biblioteca del Centre Pompidou di Parigi è citata dalla Agnoli Sala Borsa di Bologna, che “attira turisti, curiosi, homeless, anziani, bambini, accanto a persone che la frequentano per i servizi che offre: lettura, studio, visione, ascolto, prestito, mostre, conferenze, laboratori, caffè, urban center. Entrambi [il riferimento è sempre al Centre Pompidou, ndr] sono luoghi che non “tracciano frontiere”, che non trasmettono messaggi tipo “questo edificio non fa per te”, non sono luoghi riservati alle élite, non discriminano in base al censo, tra chi ha familiarità con la cultura scritta e chi non ne ha”.

Per capire il motivo di tale successo la Agnoli rimanda ai post-it compilati dai visitatori e proposti sul sito a questo link: http://www.bibliotecasalaborsa.it/eventi/22967. “Scorrendo questi messaggi si capisce che Sala Borsa […] è una grande piazza coperta dove accade esattamente quello che accade in tutte le piazze accoglienti del mondo: si prende il caffè, si legge il giornale, alle 18 si ascolta il pianoforte, ci si dà appuntamento, si guarda una mostra, si osservano gli altri, si prende il fresco, si “acquistano” i libri nella bancarella degli amici della biblioteca, si posteggiano le carrozzine e si rincorrono i bambini che scappano”. Motivo di tutto ciò un “interessante mix che incrocia aspetti architettonici, estetici, antropologici, sociologici”, che naturalmente l’autrice individua e analizza nel testo.

Il libro indaga ogni ambito in cui la cultura si insinua oggi, sia analizzando i circuiti e i luoghi più tradizionali che, sulla base delle premesse di De Biase, inserendo a pieno titolo sotto la voce “Cultura” attività, siti e modalità appartenenti a un nuovo modo di vivere l’esperienza di arricchimento del pensiero. In ordine sparso, e senza completezza: i musei e l’arte urbana, il paesaggio e la scuola, i festival e l’iPad, gli hashtag di Twitter.

Il tutto analizzato anche con occhio all’Europa (segnaliamo in particolare il contributo di Silvia Costa sul Programma Europa Creativa 2014–2020) e alla luce dei recenti avvenimenti e trasformazioni, con l’intento di indicare pratiche e metodologie per elaborare programmazioni e interventi a favore della partecipazione culturale dei cittadini.

E per cambiare il verso della “decrescita culturale” che tocca gli ambiti classici misurati dagli istituti di ricerca e iniziare a guardare alla cultura come a un sistema di crescita che parte ed emana anche da luoghi mai considerati.

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