Dietro le Quarte

POCHE PREZIOSE PAROLE. La forma breve in letteratura

POCHE PREZIOSE PAROLE. La forma breve in letteratura
giugno 24
09:37 2014
[fonte dell’immagine in evidenza: Giuseppe Ungaretti, Wikipedia] 
 

Le cose rare son più preziose, e vanno trattate con molta cura. Capita così anche alle parole, che se sono poche e devono servire a raccontare un mondo o, perché no, cent’anni di solitudine, vanno scelte proprio bene, e alternate a virgole pesate, e trattate come oro sulla pagina bianca.

Non è solo poesia la palestra d’eccellenza di tali abilità: lo sono anche – girovagando avanti e indietro nel tempo storico della scrittura creativa – il sonetto, il racconto minimo, l’aforisma, l’haiku, ma se pensiamo alla scrittura come segno tracciato contempliamo anche il fumetto o l’opera d’arte, anch’essi ambienti di sperimentazione del dire tanto, talvolta tantissimo, in poco spazio.

Di tutto ciò tratta il volume “Le forme della brevità” curato da Milly Curcio, primo lavoro sistematico di critica e analisi ampia e argomentata della forma breve. Un’idea nata in Ungheria, durante la partecipazione della curatrice, due anni fa, al Seminario Interdisciplinare di Pécs sulla brevità.

cop curcio

Ricordando, com’è d’obbligo se si parla dello scrivere stringato, altezze quali Sciascia (“Scusate la lunghezza di questa lettera […] poiché non ho avuto il tempo di farla più corta”), Ungaretti, e naturalmente Hemingway e la nota teoria dell’iceberg, il testo indaga la relazione tra profondità dei contenuti e parsimonia dei segni (parole, tratti di pennello, fotogrammi) tornando indietro nel tempo dal tweet al madrigale alla letteratura greca e latina.

Toccante e significativo l’esempio del dipinto Night Windows di Hopper, dove “tutto è riassunto in poche battute, nei toni del buio esterno e della forte luce della stanza nell’architettura della parte di edificio intravisto da vicino, e anche grazie al contrasto di ciò che al piano di sotto non si vede”.

Lì parla l’invisibile, così come nello scritto breve parla al lettore il “non detto”. Ascoltiamo Hemingway: “Se un prosatore sa bene di che cosa sta scrivendo, può omettere le cose che sa, e il lettore, se lo scrittore scrive con abbastanza verità, può avere la sensazione di esse con la stessa forza che se lo scrittore le avesse descritte”.

E ancora, questa volta dalle pagine di Luigi Tassoni: “un testo breve deve più direttamente fare i conti con il silenzio […] perché le parole accolgono il silenzio come elemento della verbalizzazione a vari livelli”.

E come non riportare qui (traendolo dalle citazioni scelte da Tassoni) almeno questa considerazione di Ungaretti: “Una parola che tenda a risuonare di silenzio nel segreto dell’anima – non è parola che tenda a ricolmarsi di mistero? È parola che si protende per tornare a meravigliarsi della sua originaria purezza”.

Fonte di indicazioni bibliografiche da farci correre in libreria (“Centuria” di Manganelli, “Frammenti di un discorso amoroso” di Roland Barthes, le “Novelle da un minuto” di Őrkény e via così) il volume è uno scrigno di pensieri preziosi sulla narrazione breve, finalmente custoditi in luogo sicuro, tutti insieme.

Certamente il viaggio tra gli esempi di forma breve non può esaurirsi in questo testo, data la quantità. Manca ad esempio, come ci invita a considerare la stessa Milly Curcio, una trattazione sul valore dei titoli.

E noi approfittiamo subito chiedendole una breve riflessione su questo tema, regalo per i lettori del nostro blog. Ecco cosa ci racconta – in sole venti righe! – di due titoli molto molto famosi:

La brevità comporta una precisa scelta nel linguaggio. Prendiamo un caso particolare come i titoli delle opere: non è vero che essi siano naturalmente brevi perché nell’estensione o nella concentrazione di un titolo può nascondersi un’intera filosofia. Non a caso Giuseppe Ungaretti ha sempre attribuito grande importanza ai titoli, tanto da considerarli parte irrinunciabile del testo, specie nell’Allegria. Come spiegare altrimenti una delle poesie sue più brevi, tanto amata dagli studenti, ormai memoria comune? “M’illumino/d’immenso”, che in origine era più estesa, è decisamente orientata dalla chiave che le dà il titolo: Mattina. L’apertura, la probabilità, la promessa, l’illuminazione senza limiti, sono determinate dalla prospettiva di quel semplice titolo. Il lettore vede circolare, proprio dalla perentorietà del titolo alla magistrale brevità del testo, tutte le qualità di uno stato di grazia. Quella prima luce arriva all’io che riceve questa illuminazione e con essa la percezione dell’immensità interpretata con un aggettivo che si comporta come sostantivo e mantiene il significato dell’immenso come cosa e contemporaneamente dell’immensità come visione completa.
L’altro entusiasmante esempio di titolo potrebbe essere La grande bellezza. In esso vi è la chiave di lettura del capolavoro di Sorrentino. Perché la bellezza è in sé un concetto tanto relativo quanto fluido, adattabile a situazioni differenti. E se è “grande”, ci appare come qualcosa di irraggiungibile, mentre in effetti la sfioriamo, la sogniamo, la vediamo, la viviamo, la respiriamo, sia come momentaneità sia come eternità. La Bellezza è indescrivibile e immisurabile: infinitamente piccola, infinitamente grande. Aggiungo che quel titolo è anche un’antifrasi: significa il suo contrario.

Per seguire il lavoro della Curcio e assaggiare brani tratti dal volume invitiamo a visitare la pagina Facebook dedicata al libro e costantemente arricchita di contenuti.

E lasciare un clic su “Mi piace”, segno – breve ma significativo – del proprio gradimento.

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