Dietro le Quarte

L’ANTROPOLOGA E L’OPERAIA FIAT. Due vite in un racconto

L’ANTROPOLOGA E L’OPERAIA FIAT. Due vite in un racconto
maggio 16
10:58 2014

La pagina dei Ringraziamenti, con la quale si apre “Vita di fabbrica”, è un viaggio nella professione, e vien da dire nella vita, dell’autrice, dell’antropologa, della donna Fulvia D’Aloisio, che ha dedicato anni allo studio della vicenda umana che ha accompagnato quella industriale, tristissima, riguardante lo stabilimento Fiat Sata di Melfi.

È Cristina Cordisco la protagonista di questo resoconto di vita toccante e di una storia dell’Italia industriale, politica, sindacalista degli anni Novanta e ancora di oggi, dalla nascita di un sogno alla crisi e delusione.

Cristina, operaia, ha raccontato tutto, aprendo non solo gli archivi della memoria ma anche il cuore alla professionista, e presto amica, Fulvia. A lei quest’ultima dà il primo suo ringraziamento sentito, ma anche alla sua famiglia: la madre Pina, i fratelli Pasquale e Tonino, la sorella Maria, il figlio Daniele.

Poi il grazie corre e tocca colleghi e collaboratori sparsi in tutta Italia e non solo, a rendere questa pagina il resoconto di un cammino significativo per chi si accinge a leggere questo prezioso lavoro di antropologia sociale raccontato con le parole della quotidianità.

La D’Aloisio riporta qui, ripercorrendole attraverso il racconto di Cristina Cordisco, due fasi significative della storia della Fiat-Sata, sorta nel 1993: una a cavallo tra il 1999 e il 2002, “della piena produzione e del faticoso assestarsi del nuovo modello organizzativo, estraneo all’esigua esperienza industriale locale, ai tempi e agli stili di vita dei paesi dell’area del Vulture-melfese” e una seconda iniziata nel 2011 e ancora in corso segnata purtroppo da declino, crisi e aspettative disattese. Anche e soprattutto, da dolore umano che Cristina non tace e che – segnalate come ndr, nota del redattore – sono accompagnate non raramente da lacrime.

operai_sata  interno_fiat

Ma dietro quell’asettica “r” di redattore c’è lei, c’è Fulvia D’Aloisio. La invitiamo a raccontarci la propria vicenda umana, quella che vive dietro (e dentro) la studiosa e l’antropologa.

Ci spiega in parole semplici quali sono i criteri di applicazione della metodologia di indagine che si basa sull’utilizzo delle fonti orali?

“Gli antropologi da sempre hanno ascoltato e registrato racconti dei loro testimoni, per ricostruire processi culturali dal punto di vista dei protagonisti di quei processi stessi. Certo questo metodo non è esente da coinvolgimento e suggestioni, è tutto calato nella costruzione di dialoghi e di relazioni, che nel loro insieme costituiscono il fondamento della ricerca stessa: è l’incontro etnografico descritto dal grande antropologo  Ernesto de Martino, di cui si dice meglio nel volume”.

Lei in fase di raccolta dei dati è entrata, è il caso di dirlo, proprio nel “vivo”, nella vita di Cristina, l’operaia che le ha raccontato la propria vicenda professionale ma inevitabilmente anche personale. Addirittura si è trasferita per un certo periodo nella città di Cristina e della fabbrica, Melfi. Cosa accade, e cosa eventualmente cambia, nella vita di un antropologo mentre raccoglie i dati di studio così da vicino? Peraltro avvenendo questo in una realtà che – diversamente da quella che potrebbe essere ad esempio una tribù dell’Amazzonia – avrebbe potuto vivere lei e ognuno di noi, se qualche curva nella nostra vita ci avesse portati là…

“Quello che de Martino chiama “incontro etnografico” è un processo che inevitabilmente modifica e lascia segni in entrambi i termini, cioè i soggetti del rapporto di ricerca: il primo e più importante è la possibilità per l’antropologo di riflettere criticamente sulla sua cultura, sul suo mondo di appartenenza, uscendo così da questa esperienza con una maggiore capacità di critica e  autoconsapevolezza”.

C’è nel testo un’immagine dolcissima e comprensiva, ci sembra, di tutto ciò. Siamo nel 2011, anno di inizio della seconda fase di indagine. Le due protagoniste sono in stazione; Cristina è andata a prendere Fulvia all’arrivo.

“Aveva i capelli freschi di parrucchiere, era vestita con jeans sportivi ma con una certa cura, con qualche chilo in più di quanto ricordassi. Mi è sembrato subito che questo suo complessivo aspetto fosse indice di una condizione di stabilità, forse anche di una certa serenità ormai raggiunta. Anch’io ero andata dal parrucchiere, anche io desideravo presentarmi a questo nuovo appuntamento in forma, desiderosa di rendere visibile, in questo diverso momento della mia vita, la mia raggiunta stabilità professionale e un nuovo entusiasmo che la prospettiva di riprendere a studiare Melfi mi aveva trasmesso, non senza ambivalenze, perplessità ed esitazioni”.

È quanto Geertz definisce – come ci ricorda la stessa autrice – “il ritorno dell’antropologo sul luogo del delitto”. Ma nella descrizione che noi leggiamo e nell’immagine dei capelli da entrambe appena pettinati, si perde il senso del “pericolo” e si sente solo partecipazione condivisa per una meta comune.

Related Articles

0 Comments

No Comments Yet!

There are no comments at the moment, do you want to add one?

Write a comment

Write a Comment

Loading Facebook Comments ...

RICEVI I NOSTRI POST VIA EMAIL

Inserisci il tuo indirizzo email per ricevere le notifiche dei nuovi post
* = campo richiesto!

Archivi

@AngeliEdizioni

LINK UTILI

Libri e conversazione online: una guida introduttiva per i nostri autori