Dietro le Quarte

DEI DELITTI E DELLE CENE. La progettazione architettonica del carcere teso al recupero, ristorante compreso

DEI DELITTI E DELLE CENE. La progettazione architettonica del carcere teso al recupero, ristorante compreso
giugno 23
16:01 2016

Già. Ti siedi a tavola, un ristorante elegante, brillìo di bicchieri e sorrisi del cameriere. Le cui mani, le stesse che ti servono così gentilmente, sono macchiate di reato. A volte grave, anche molto. È quanto avviene al penitenziario di Bollate, Milano. È la simbolica immagine (ma anche, insieme, concreta risposta) di un moderno corso verso il recupero che tiene conto sia dell’attività proposta a chi sta scontando una pena sia – e molto – dell’ambiente, che con coraggio stravolge vecchie regole. In carcere allora, se c’è un ristorante, entra chi vuole, non solo i parenti dei detenuti, e per fare una cosa molto piacevole: mangiar bene. Nell’eleganza e nella luce, nella pulizia, con gusto, e quindi nell’ottica del più onesto e anche gratificante atto del “servire”.

Se nei nostri uffici, nelle scuole, nei negozi per non parlare delle abitazioni ci appare con indiscutibile evidenza l’importanza della struttura, degli oggetti che ci circondano e delle stanze che ci ospitano, non è così scontato e accettato che questo valga anche per la prigione.

Un tempo per fortuna molto lontano, un tempo irrispettoso della persona e ignorante in materia di recupero, si diceva “gattabuia”: un luogo sotterraneo, umido, senza luce, dove si mandavano i rei “al fresco”. L’ambiente rispecchiava, naturalmente, una mentalità. Era, quel tempo, ancora lontanissimo anche da Cesare Beccaria, dal quale anche noi ci separiamo di due secoli e mezzo, ormai. In Italia (sua patria…) le idee illuminate che ha proposto nel noto trattato sono messe in pratica con ritardo rispetto ad altri paesi europei (la solita Svezia propone sistemi architettonici per ospitare i detenuti che, tanto per dirne una, in alcuni casi non prevedono recinzione intorno agli edifici) ma certamente anche qui molto è cambiato, e il ruolo dell’architetto è tutt’altro che marginale nell’impegno a far sì che il carcerato trovi nell’ambiente che lo trattiene lontano dalla libertà un luogo che sia, anche e rompendo un tabù, di “benessere”.

È proprio la funzione rieducativa quella che interessa maggiormente l’architetto, che può dare un contributo determinante.

Come farlo, è spiegato molto dettagliatamente in “L’architettura del carcere a custodia attenuata”, un libro davvero completo, pubblicato recentemente dalla nostra casa editrice, dove l’autore Luigi Vessella, dottore di ricerca in Tecnologia dell’architettura all’Università di Firenze, dopo una piacevolissima (anche per i non professionisti) storia della struttura carceraria, procede con l’analisi dei principi essenziali della progettazione efficace: dimensionamento, organizzazione spaziale,  spazio abitativo, razionalizzazione dei flussi interni.

Una delle planimetrie contenute nel testo di Luigi Vessella


Il lavoro è di grande rilievo se pensiamo alle urgenze che con sempre maggiore evidenza emergono quando si tratta di ospitalità dei detenuti, a partire dal grave tema del sovraffollamento. Pensiero sugli spazi di vita e nuova cultura della rieducazione viaggiano dunque paralleli.

L’amministrazione pubblica, naturalmente, è chiamata al costante monitoraggio, allo studio e verifica di quanto si muove per la migliore applicazione delle regole e l’efficacia dei trattamenti.

Abbiamo chiesto un parere sul tema, e sul nostro libro, alla dottoressa Annalisa Cavallo, Funzionario dell’Ufficio del Garante dei detenuti della Regione Lombardia, che ci ha gentilmente fornito un’analisi ragionata e un aggiornamento sullo stato delle cose:

annalisa cavallo

In ragione della missione istituzionale affidata all’istituto del Garante dei detenuti, abbiamo occasione, in veste di “visitatori” delle strutture, di avere un punto diretto di osservazione degli spazi, nonché delle innumerevoli problematiche, e non solo di quelle connesse agli spazi detentivi, rappresentate sia dagli stessi detenuti, sia dagli operatori a tutti i livelli degli istituti di pena lombardi.

La pubblicazione di questo volume non può che essere, dal nostro punto di vista, accolta con estremo favore.
L’importanza del tema, esaustivamente trattato nel testo – con riferimento ai diversi contesti storici e ai vari paesi – si deduce del resto con chiarezza anche dalla scelta molto significativa di dedicare il Tavolo 1 degli Stati Generali dell’Esecuzione Penale proprio a “Lo spazio della pena: architettura e carcere”.

Gli Stati Generali, che si sono svolti dal 19 maggio (data della presentazione dell’iniziativa presso la Casa di Reclusione di Milano Bollate) al novembre dell’anno 2015, hanno previsto importanti momenti di consultazione e dibattito. Tutti i soggetti che si occupano a vario titolo dell’esecuzione penale – docenti universitari, magistrati, avvocati, direttori e operatori penitenziari e sanitari, assistenti sociali, volontari, garanti delle persone detenute, rappresentanti del mondo dell’associazionismo civile – vi hanno partecipato e le giornate si sono articolate sia in seminari e dibattiti, sia in riunioni di esperti ai tavoli tecnici, anche mediante la piattaforma informatica e lo strumento delle video-conferenze.

L’apertura del dibattito, nonché l’approfondimento di questi temi, compresi quelli più squisitamente tecnici, da parte della società costituiscono essi stessi la testimonianza di un’apertura e un avvicinamento della società alla conoscenza della vita che si svolge quotidianamente all’interno degli istituti di detenzione.

In questo contesto, assume finalmente importanza anche il ruolo della configurazione degli “spazi della pena” nel processo di riabilitazione e reinserimento dei detenuti, dando concretezza alle finalità riabilitative della pena previste dalla Costituzione e dall’Ordinamento Penitenziario, anche tenendo in debito conto le caratteristiche strutturali e la progettazione degli edifici e degli ambienti, che a loro volta devono ispirarsi ai bisogni di tipo fisico e fisiologico, nonché psicologico e relazionale dell’utenza.

La dignità del detenuto e degli operatori è infatti garantita anche dai “luoghi” della detenzione.

A questo proposito colpisce la disamina dell’autore che descrive molto bene il concetto del carattere “infantilizzante” che possono avere alcuni spazi, concepiti secondo criteri che propongono ancora  l’ormai superato rapporto fra custode e custodito, del tutto inidoneo a stimolare processi di maturazione e l’assunzione di responsabilità nei confronti dell’esistenza. Si tratta di edifici “contenitore” di persone private della libertà, ispirati ad un vecchio concetto di “maternage” della reclusione e senza alcuna attenzione al ruolo importante di socializzazione che può, e deve nel caso di specie, avere la configurazione architettonica.

In particolare per la cosiddetta “custodia attenuata”, circuito penitenziario in cui la funzione rieducativa della pena è prevalente rispetto a quella retributiva, l’armonizzazione con il tessuto urbano consente un ponte fra la realtà della reclusione e quella della libertà.

La preparazione al reinserimento nella vita civile dovrebbe prevedere, per quanto riguarda la progettazione, l’opportunità di poter disporre di uno spazio residenziale di tipo familiare, ispirato a contesti domestici ed adatto a consentire di mantenere i legami familiari, ricevendo i parenti (in particolare i figli in tenera età) in un contesto adeguato ed  a ricreare il legame fra la vita individuale e la socialità più allargata.

Si tratta, in sintesi, di superare un modello passivizzante, tendendo alla responsabilizzazione del detenuto, anche relativamente alla gestione quotidiana dell’alloggio.

Naturalmente è necessario in quest’ottica evitare qualunque forma di “monotona” e “grigia” uniformità, spersonalizzante, che a volte annichilisce lo stesso visitatore, non solo nella scelta dei colori, dei materiali e dei dettagli, ma anche e delle forme e delle dimensioni.

La nuova fisionomia dell’edificio carcerario, definita “civica” dagli stessi esperti dovrebbe quindi essere ispirata in modo preponderante alla funzione riabilitativa e risocializzante.

L’autore focalizza altresì egregiamente l’importanza che deve essere data, nella progettazione, sia ai “flussi in uscita” – detenuti che grazie alle misure alternative si recano al lavoro o anche casa per il tempo consentito – sia in entrata, mediante la condivisione con l’esterno di quanto si produce all’interno: spettacoli teatrali, mostre di prodotti, fino ad arrivare alla recente apertura di un ristorante aperto al pubblico, e di successo, presso l’Istituto di Bollate”.

 

 

 

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