Dietro le Quarte

DIPENDENZE DA WEB: ABITUARSI O ESSERE? Come sabotare il grande esperimento

DIPENDENZE DA WEB: ABITUARSI O ESSERE? Come sabotare il grande esperimento
ottobre 06
12:14 2017

Leggete questa: “Abbiamo a disposizione i nostri comportamenti”.

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Sì, puntini di sospensione, come un invito a stare su quella frase ancora un po’. E proprio nei nostri giorni, quelli dove tutto è veloce, dai salti in padella alla scrittura di un messaggio scritto senza le vocali, per far prima tanto si capisce lo stesso.

Sono, quelle parole, nella loro solo apparente semplicità, la fantastica e commovente risposta di un medico, uno psichiatra, alla domanda: E come faccio a fuggire il rischio di una dipendenza da web, nuove tecnologie, algoritmi, mercato?

Siamo partiti dalla fine, dal capitolo conclusivo di un bellissimo e illuminante libro appena pubblicato, “Le abitudini da cui piace dipendere” di Maurizio Fea, lo psichiatra di cui sopra, già direttore del Dipartimento delle dipendenze della ASL di Pavia, capace di una riflessione – su un argomento di grandissima attualità – che coniuga il discorso medico scientifico a un pensiero di carattere filosofico che – ed è qui la commozione – tende la mano all’uomo, così vulnerabile.

“I nostri comportamenti – ci ricorda Fea – rimangono tutt’ora gli strumenti più efficaci per operare cambiamenti […] Ci sono cose come non dare nulla per scontato, leggere e documentarsi, fare e farsi domande, accompagnare con sollecitudine e discrezione la crescita dei figli, sostenere scuole con buoni insegnanti, osservare il mondo con curiosità, ricordarsi che c’è sempre l’altro lato della strada dove si possono fare incontri”.

Insomma, vivere. O, meglio, “Esserci”, come sottolinea il titolo del capitolo in questione.

Ma torniamo all’inizio. Fea ci parla delle abitudini, che – come ricorda Stefano Canali in prefazione – rappresentano gran parte del nostro comportamento e che non sono un male, anzi, inducono un’utile automaticità di gesti necessari.

“La contemporaneità, tuttavia – continua Canali – sta progressivamente erodendo l’originaria funzione adattativa delle abitudini”; e per contemporaneità qui si intende la facile esposizione a tecnologia avanzata, prodotti e logiche di consumo potenzialmente inducenti a meccanismi patologici.

Paradossalmente, però, quando Fea inizia ad inoltrarsi nell’argomento, non sembrano più essere le vere e proprie patologie il tema più inquietante, bensì i comportamenti individuali e poi sociali di tutti noi, di tutte le popolazioni che vivono in paesi ad alto sviluppo tecnologico. Quasi la totalità degli umani, evidenzia l’autore.

Non è di dipendenza da curare che parla qui Fea, ma degli effetti sul nostro modo di vivere che “proiettano ombre su un futuro neanche troppo lontano”. E – ascoltiamo ancora una volta parole forti – “È soprattutto la capacità critica degli individui, che va protetta e potenziata, sono gli orizzonti di senso generali che vanno aggiornati alla luce dei cambiamenti che riguardano milioni e milioni di persone”. Beh, non stiamo parlando di sciocchezzuole. Vale la pena di capire meglio.

E questo libro è più che chiarificatore. Certo, neppure Fea può trarre conclusioni certe sul futuro di tutti noi, ma la sua riflessione aiuta ad affrontare finalmente con decisione un problema sul quale forse non si sta ragionando abbastanza o non ancora nella giusta direzione. L’approccio interdisciplinare a carattere scientifico (neurobiologia, psicologia, sociologia, economia e filosofia) insieme ad un tono aperto, colloquiale, curioso, indagatore e partecipativo fanno di queste pagine un’occasione per tutti.

Si parte da una trattazione su cosa sono le abitudini, come si formano, a cosa servono e come si possono modificare. “Dal creare bisogni a formare abitudini, questo è il passo strategico fondamentale, che grazie allo sviluppo tecnologico, è stato reso possibile applicare su vasta scala e con elevata intensità”. E infatti gli italiani controllano il cellulare 150 volte al giorno (ogni 6 minuti), stanno su Internet 4 ore e mezza e di queste ne passano 2 e trenta sui social network. Perché? In due parole, per la paura di non esserci.

Le abitudini vanno padroneggiate, ma spesso falliamo nei nostri sforzi verso il cambiamento. Inoltre le abitudini si formano a condizioni per noi di sollievo. Innanzitutto quando l’azione compiuta (“ho grattato una card e ho vinto, magari anche solo il valore del biglietto”) genera una ricompensa. Ma – e qui la questione si fa ancora più interessante – la ricompensa  deve essere associata a un grado di variabilità (“non so se la pallina della roulette si fermerà sul rosso o sul nero”). La conclusione è una delle tante cose che dobbiamo accettare: “Finché siamo inquieti possiamo stare tranquilli, è il paradosso della condizione umana, che rivela il bisogno dell’uomo di avere sempre nuovo alimento per il suo cervello”. Queste cose il marketing e la pubblicità le conoscono molto bene. Chi si occupa di questi problemi però, o è economicamente interessato, e dunque non sarà da lì certo che verrà la “guarigione” oppure  – così sembrano per lo meno andare le cose – spesso si arena in un atteggiamento sterilmente giudicante. Godiamo ancora della chiarezza dell’autore, ora in riferimento all’uso del web: “Il bilancio tra relazionalità e autonomia dovrebbe essere il punto di partenza di ogni riflessione argomentata sulla natura e i rischi della rete, per non cadere nelle trappole della semplificazione, cui si accompagna in genere un giudizio morale, poco utile, da solo, a comprendere e padroneggiare la questione”.

Una chiave proposta per allontanare i rischi dell’assuefazione è far emergere la propria motivazione intrinseca, che permetta di utilizzare quegli strumenti come libera scelta per evidenti soddisfazioni personali. Si contrappone a questo stato l’emergere della motivazione estrinseca: “una condizione in cui le persone attendono una gratificazione esterna”.

È evidente che ove vi siano comportamenti patologici solo un medico potrà essere d’aiuto, ma riflessioni come queste possono certamente servire a chi, pur lontano da disturbi psicologici o psichiatrici, senta un disagio crescente in abitudini dalle quali si sente sopraffatto. E questo libro sarà illuminante.

E siamo così tornati all’inizio della nostra presentazione del bel lavoro di Fea, che coincideva  con l’ultimo capitolo, altissimo. “Esserci, ma come”.

Pagine che nel dar conto del pericolo stimolano a correre ai ripari con una vitalità che emana dalle righe, con un senso di complicità, partecipazione, e infine anche ottimismo nelle risorse degli uomini, molti dei quali peraltro impegnati o presenti proprio in rete con fantasia, competenza, intelligenza e genialità.

Sembra, dice Fea, che siamo “immersi in un colossale esperimento di massa su qualche miliardo di persone, che forse non è coordinato e diretto da nessuno in particolare, ma al quale sono certamente in molti ad essere interessati e ad attingere i risultati […]. La maggior parte di noi, con lo stile di vita, le scelte, la messa a disposizione delle identità, i comportamenti riguardo al denaro, al successo, al potere, sta concorrendo alla realizzazione di questo esperimento di massa. […] Possiamo renderlo più impreciso, possiamo aumentare l’incertezza, cambiando i nostri comportamenti e le nostre preferenze”. Insomma, un sabotaggio. Ma dobbiamo essere in tanti.

Quale il nostro punto di forza?

“Abbiamo a disposizione i nostri comportamenti”.

 

 

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