Dietro le Quarte

L’ESPERIENZA SENSORIALE NELL’ADOZIONE Il racconto degli adolescenti

L’ESPERIENZA SENSORIALE NELL’ADOZIONE Il racconto degli adolescenti
novembre 26
18:14 2014

È infilata lì a metà libro, quasi nascosta, la frase, brevissima, che forse riassume e insieme sostiene come un leggero ma fortissimo scheletro il senso di tutto il ragionamento: “Il corpo si ricorda di cose che noi non sappiamo”.

Sono parole poste a commento di una serie di considerazioni di ragazzi adolescenti adottati riguardo il proprio rapporto con il tatto e contenute nel bellissimo testo “Essere in un gesto. I sensi dell’adozione” appena pubblicato dalla nostra casa editrice. Sì, perché l’originalità, l’estremo interesse e anche, diremmo, la potenza del lavoro di Massimo Maini e Daria Vettori sta nell’aver considerato – guardando a un’età difficile per tutti e particolare per chi ha vissuto sulla propria pelle l’esperienza dell’abbandono e poi dell’accoglienza in un nuovo mondo – l’aspetto fisico, corporeo e relativo a tutti i nostri cinque sensi di passaggio e vita delle emozioni.

Il corpo si ricorda, il corpo vive assaggiando, annusando, toccando, guardando, ascoltando. Usiamo spesso queste considerazioni a mo’ di metafora (ascoltare il cuore, assaporare la vita…), ma non è quanto fanno gli autori Massimo Maini (pedagogista clinico, filosofo e mediatore familiare) e Daria Vettori (psicologa e psicoterapeuta) entrambi attivi nell’ambito dell’affidamento e tutela dei minori. Loro, qui, riportando l’esperienza fatta con un gruppo di adolescenti adottivi (e indirettamente con i genitori) e dopo una prima parte teorica introduttiva – peraltro arricchita dal bell’intervento di Pier Francesco Ferrari sui temi della mente sociale e dei neuroni specchio – si immergono nell’analisi di come l’esperienza sensoriale rifletta, proponga e abbia in sé, la coscienza del vissuto.

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D’altra parte possiamo fin da subito, per capire questo approccio, considerare che l’esperienza dell’adozione è segnata da un “prima” che per forza di cose esclude l’esperienza di vicinanza dei corpi e, finalmente, quel “dopo” quando ci si stringe in un primo abbraccio tanto sospirato in cui genitori e bambino iniziano a potersi percepire “in carne e ossa”.

Scorriamo a volo d’uccello, aiutati dagli autori, i nostri sensi.

Olfatto e gusto, così legati ai fenomeni di memorizzazione, a loro volta fondamentali nei percorsi di cambiamento radicali come quelli che segnano le adozioni, in special modo quelle internazionali con spostamenti da e per paesi lontani anche negli odori e nei sapori. Va considerato – e sono i ragazzi stessi a farlo notare – l’aspetto relazionale che l’attivazione di questi due sensi comporta.

E quindi l’udito, così legato alla voce; ad esempio (ma che esempio!) legato all’ascolto del proprio nome, e magari mentre nel passaggio di continente cambia suono. Udire è sentire un rumore di fondo, un rumore minaccioso o uno stupefacente, ma è anche l’altro volto del silenzio. E’ costrizione alle ripetute domande, è voce dell’adolescente che cambia. “Udire – scrivono gli autori – è una forma di “tatto senza pelle”, un contatto attraverso vibrazioni e movimenti, emozioni e suoni”.

Poi la vista, questo nostro senso che consideriamo (salvo quando possiamo provare a privarcene, noi che l’abbiamo) il senso per eccellenza, quello che – ci ricordano gli autori – i greci consideravano via d’accesso alla conoscenza, al pensiero e alla razionalità ma anche il senso che più ci può ingannare, illudere. Pensiamo alla fotografia, allo specchio.

E infine il tatto, esperienza così intima e per questo così profonda, nella nostra relazione con gli altri e con le cose. Un ragazzo, atterrato sulla propria terra d’origine, ha voluto baciarne subito il suolo.

Applicare queste considerazioni all’esperienza dell’adottare e soprattutto dell’essere adottati ha portato gli autori a poter regalare – agli operatori innanzitutto, ma a tutti noi – una nuova visione di questa vicenda di vita, un modo che in prefazione Marco Cristolini definisce “più completo, con i sensi bene all’erta, affinché cresca in ciascuno di noi la consapevolezza della complessità e della ricchezza che racchiude in sé ogni storia adottiva”.

Immaginiamo che il lavoro di Massimo Maini e Daria Vettori, così coinvolgente, abbia influenzato anche la loro attività, e magari, chissà, azzardiamo, la loro vita.

Ma lo chiediamo ai diretti interessati:

“Avete lavorato due anni alla stesura di questo testo, riuscendo così a dare nuova voce alle tematiche dell’adolescenza dei ragazzi adottati, e parlando a genitori, insegnanti e operatori con generosità di riflessione. Ma cosa è cambiato in voi, dopo aver così a lungo indagato i temi della fisicità e dei sensi nell’esperienza dell’adozione?”

Massimo Maini: “La prima considerazione che mi viene da fare rispetto alle esperienze con gli adolescenti adottati è legata alla sensazione di essere stato condotto e accompagnato nell’esplorazione di orizzonti, di significati e linguaggi che, in quanto non adottato, mi erano, e, per certi versi ancora oggi, mi sono preclusi.

Questo, però, non mi ha impedito di condividere il bisogno di dare voce quell’infinità di sensazioni che solamente all’interno della relazione e di incontro “reale” potevano nascere e trovare senso.

Ho inoltre provato molte volte la sensazione di vivere quella speciale opportunità che quel particolare incontro mi avrebbe mostrato parti di me che da solo non avrei potuto scoprire e incontrare. Ho ritrovato ricordi, sensazioni, sapori che erano da qualche parte dentro di me e che attendevano la possibilità di essere narrati, ancora di nuovo, all’interno di un sentire condiviso.

Ho trovato, e riscoperto in me, in molte occasioni il bisogno di senso, più che di verità.

Raccontare la nostra esperienza è diventato in questo modo un dovere, un piacere e la necessità di continuare a dar voce alle tante storie possibili che dimorano dentro di me e dentro noi, a condizione di concedersi opportunità di entrare in con-tatto”

Daria Vettori: “Indubbiamente questa esperienza mi ha trasformato profondamente. Non solo come professionista, ma anche come donna e madre.

Per ciò che riguarda il mio lavoro, il fatto che i ragazzi ci abbiamo “adottato”, mi ha dato l’opportunità di sentire l’adozione e non solo di comprenderla. Partecipare al vissuto adottivo, dal punto di vista dei ragazzi, mi ha aiutato a vivere queste storie in una nuova prospettiva. La sfida di questi adolescenti è infatti costruirsi una loro storia, non quella che hanno offerto loro libri, operatori, genitori, ma una verità tutta loro, fatta anche di quello ricevuto, ma arricchita dal sentire di oggi che evoca tutto quello che appartiene all’altrove ignoto. Questo per me è stato veramente trasformativo, mi sta aiutando a dare nuove risposte ai genitori e a formare in modo differente gli operatori. Mi ha aiutato a comprendere che dobbiamo aiutare a non avere paura di affidarsi, anche a ciò che si sente e non solo ciò che si sa.

Questa prospettiva, mi sono resa conto è entrata nel mio modo di essere. I ragazzi mi hanno preso per mano alla scoperta dell’adolescenza, non come un mondo lontano e pericoloso, ma come un luogo affascinante, da esplorare anche dentro di me.

Con loro ho ripercorso il mio essere figlia, donna, madre. Sono entrata di nuovo in contatto con le mie memorie implicite ed esplicite: i sapori della mia infanzia, le sensazioni dell’amore, l’odore dei miei figli quando sono nati e lo sguardo sfuggente di mio figlio adolescente!

Ho potuto riscrivere la mia storia insieme alla loro, scoprendo che la verità assoluta non esiste, esiste ciò che il sentire di oggi risveglia, per rileggere il mio ieri ed anche il mio domani”.

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