Dietro le Quarte

IL SILENZIO SOFFOCA LA CONFERENZA SUL CLIMA. Ma qui irrompono, severe e risolute, le parole di Adriana Scarlet Sferra

IL SILENZIO SOFFOCA LA CONFERENZA SUL CLIMA. Ma qui irrompono, severe e risolute, le parole di Adriana Scarlet Sferra
febbraio 04
17:50 2016
[fonte dell’immagine in evidenza: antidot – Morguefile]
 

Che poi a dirla tra noi, un po’ da bar, sembrerebbe pure facile… Vien da pensarla così: se ho la febbre, un terribile raffreddore e un gran mal di testa sto a casa sotto le coperte, ho la mente confusa, preferisco non mangiare, sto al buio e non faccio nulla. Non posso lavorare, non produco. Le priorità sono altre. La priorità è respirare.

Ora dilatiamo il quadro e immaginiamo un day after non così lontano dagli scenari possibili, con le vette mai più bianche e gli orsi polari senza cibo che ci guardano con occhi carichi di doloroso stupore, con la terra secca, spaccata, d’Africa, con i raggi del sole diventati nemici e con tutto quello che drammaticamente si sta affacciando sul nostro pianeta. Perché dunque la priorità diventa un insano e irragionevole “sviluppo” a qualsiasi costo? E quando con i portafogli pieni (peraltro di una minoranza) saremo tutti malati di polvere, petrolio e sete?

Ma queste, lo abbiamo premesso, son chiacchiere da bar, che si gongolano negli allarmismi. Aspettavamo una seria risposta dagli esperti e dai politici della conferenza di Parigi, a fine 2015, un impegno deciso, che ci facesse sperare (e respirare!) e che motivasse ulteriormente anche lo sforzo dal basso.

È arrivata, questa risposta? Sono state prese decisioni utili, impegni solidi?

Noi questa domanda l’abbiamo voluta fare a una persona esperta, che sa parlare agli operatori così come ai governi e ai cittadini,  ben sapendo identificare quali siano i compiti di ognuno. Lo ha fatto – rispondendo lei per prima al proprio reiterato invito alla diffusione di conoscenza per agire al meglio – attraverso tre libri e in particolar modo nell’ultimo, “Ultima chiamata: uscita 2020. La scadenza europea per la sostenibilità ambientale” uscito poco prima della conferenza francese. Lei è Adriana Sferra, ricercatrice e docente presso il Dipartimento di Pianificazione, Design e Tecnologia dell’Architettura all’Università la Sapienza, e consulente (nel settore pubblico e privato) per la  valutazione dei livelli di eco- compatibilità di soluzioni progettuali ed interventi edilizi.

 cop sferra 3 cop sferra 2 u

 

Era dunque la persona adatta a cui chiedere:

Ma che fine ha fatto la Conferenza sul clima di Parigi?

 

Eppure le aspettative che si erano create in tutto il mondo erano tante.

La Conferenza era ritenuta la più importante delle (ben 21, dal 1992) precedenti; veniva considerata assolutamente decisiva per le sorti del pianeta; l’ultima chiamata prima della soglia di non ritorno; c’erano tangibili e numerosi segnali che il clima era già cambiato.

Tutti i riflettori quindi puntati, una massiccia campagna mediatica iniziata oltre sei mesi prima, in occasione del vertice del G7 nel quale l’accordo su alcuni obiettivi fondamentali spianavano la strada per il successo della Conferenza.

Hanno partecipato rappresentanze di ben 195 Stati per un negoziato che doveva rispondere ad una sola cruciale domanda: visto che tutti concordano sulla necessità ed urgenza di impegnarsi, gli impegni ci saranno? Saranno vincolanti, non vincolanti?

Iniziano i negoziati: le rappresentanze politiche (le uniche che possono decidere) si limitano ad aprire i lavori e subito dopo “passano la palla” ai tecnici; i negoziati si protraggono oltre i tempi previsti a dimostrazione che si sta cercando affannosamente solo una mediazione, ben diversa quindi del tutti insieme responsabilmente.

Si conclude: tutti formalmente soddisfatti; e le ambizioni che nutrivano molti dei partecipanti?; i media ne parlano per due giorni; poi silenzio; sospetto, troppo poco rispetto alla massiccia campagna mediatica condotta nei lunghi sei mesi precedenti. No?

Allora, per capire, cerchiamo di entrare nel dettaglio del documento approvato.

Si discuteva della riduzione dei gas ad effetto serra a livello globale: in che misura, in che modo, con quali costi, con quali tempi, chi deve farla, chi no, e perché. La “bozza d’accordo” perde 7 pagine rispetto alle 55 del testo iniziale messo a punto a Bonn dopo quattro anni; restano quasi mille formulazioni tra virgolette, alternative tra loro, su un centinaio di aspetti che ancora registrano un disaccordo, più o meno rilevante: praticamente nulla di definito e con tutti i grossi nodi politici irrisolti; peraltro non vincolante e ancora da ratificare ad aprile del 2016 mentre il pianeta continua a peggiorare.

Un accordo debole:

– le ambizioni che miravano a una riduzione delle emissioni tra il 70 e il 95% entro il 2070, sono state abbandonate e si parla soltanto di stabilire quanto prima un tetto; ben lontano quindi dall’essere vincolante;

– per convincere i Paesi in via di sviluppo a non inquinare, l’annuncio di un contributo annuo di 100 miliardi di dollari il Green Climate Fund (fino al 2020) pubblicizzato come “stratosferico”, mentre si tratta di una cifra irrisoria, peraltro sembrerebbe avere copertura solo per un decimo;

– di contenere l’aumento della temperatura entro i 2°C poche certezze, temperatura che nel frattempo è già aumentata almeno di 1 grado.

Per un pianeta “malato terminale” invece della terapia intensiva una semplice aspirina.

Perché risultati deludenti?

Perché il modello di sviluppo, questo modello, pone il ricatto o “lavoro” o “ambiente&salute”.

Perché per gli interessi economici di pochi si depreda l’ambiente che è di tutti. I governi lo consentono proprio in quanto espressione degli interessi economici.

Perché chi è in via di sviluppo non vuole rinunciare a produrre indiscriminatamente puntando il dito sui Paesi ricchi colpevoli di essersi arricchiti inquinando “ossessivamente” a spese di tutti.

Perché chi vive nella miseria non sa nemmeno cosa sia l’ambiente e lo svende pur di poter mangiare oggi.

E allora?

Pressare i governi:

– per ridurre le emissioni entro il 2030 del 25-30 %, ma soprattutto in che modo e non con misure tarate sul breve periodo, che affascinano soprattutto chi tiene d’occhio la prossima tornata elettorale;

– per arrivare alla decarbonizzazione totale entro il 2070: produzione di energia elettrica – solo da fonte rinnovabile – ad emissioni nette zero; efficienza energetica; sistemi “trasparenti” di rendicontazione delle emissioni inquinanti;

– per intervenire, in modo innovativo e coraggioso (incisivo), offrendo incentivi al settore privato garantendo anche finanziamenti «pazienti» e a lunga scadenza facendo pendere la bilancia dal lato della sostenibilità ambientale.

Al contempo agire dal basso, localmente e tutti:

– a tutte le scale della governance (dal piccolo Comune ai Distretti, dalle Regioni al Governo Centrale;

– comunicando per accrescere la consapevolezza;

– consolidando forme di partecipazione per un progetto politico ed un percorso di mobilitazione civile.

In sintesi:

– vanno recuperati i valori culturali oggi perduti, all’interno dei quali non possono non esserci quelli ambientali;

– la cultura rifiuta la sovrapproduzione di merci inutili se non dannose;

– la cultura non ammette delitti ambientali: per un vantaggio (illecito) di uno a spese di tutti;

– la cultura passa attraverso il rispetto dell’altro: su lavoro e welfare, occupazione, integrazione sociale, democrazia e riforme costituzionali, su saperi e istruzione, su clima e ambiente.

Quindi la politica ambientale non va separata, trattata a se stante; la si ritrova già all’interno di una cultura che va ricostruita: certo, in un Paese di no cult  (il 20% non ha mai letto un libro e un giornale) non è facile.

Per questo il confronto che questo blog stimola è determinante: è dettato da una (comune) passione per le conoscenze come recita il sottotitolo”.

Torniamo al bar: verrebbe da dire, a commento, che la Sferra, caspita, non guarda proprio in faccia a nessuno. Forse, invece, guarda in faccia – e dritto negli occhi – tutti noi.

 

 

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