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L’ECONOMIA IN ITALIA: storia e attualità. Con due interventi per il nostro blog su motivazioni e stato della crisi

L’ECONOMIA IN ITALIA: storia e attualità. Con due interventi per il nostro blog su motivazioni e stato della crisi
giugno 30
17:52 2015

La crisi economica di questi anni ha avuto tra l’altro l’effetto di avvicinare le persone – giustamente interessate a capirne i motivi – a temi fino a quel momento trattati come distanti. Termini tratti da discipline per specialisti sono entrati nel linguaggio quotidiano e si è sentita nell’aria l’esigenza di potersi formare un’opinione personale su questioni che, alla fine, hanno a che fare con le nostre tasche.

Vengono certamente in aiuto, in questo caso, articoli, saggi, brevi manuali di economia “per tutti”, ma un’indagine un po’ più approfondita non può sottrarsi – come è sempre auspicabile per una visione lucida – dall’analisi storica quale premessa.

Ottima lettura allora il testo di Gioacchino Garofoli, “Economia e politica economica in Italia. Lo sviluppo economico italiano dal 1945 ad oggi” recentemente pubblicato dalla nostra casa editrice.

L’autore, docente di politica economica presso l’Università dell’Insubria e presidente dell’Associazione degli economisti di lingua neolatina, parte dall’analisi degli anni della ricostruzione, considera il periodo del cosiddetto miracolo economico, gli anni 1963/70 “delle occasioni mancate”, i grandi cambiamenti degli anni Settanta, la crisi petrolifera, gli anni Ottanta e l’introduzione del sistema monetario europeo, la moneta unica e infine le ultime vicende, ahinoi, anche tragiche.

Su quest’ultima considerazione, e sul testo in generale, abbiamo chiesto un commento al prof. Vittorio Valli, professore emerito presso il Dipartimento di Economia e Statistica dell’Università di Torino:

Ho molto apprezzato il libro di Garofoli, Economia e politica economica in Italia soprattutto per due motivi.

Il volume ha una visione di medio-lungo periodo, non una visione miope di periodo breve o brevissimo come si trova nella maggior parte degli autori o commentatori di oggi. Il libro di Garofoli si è in tal modo innestato in una grande tradizione italiana degli anni 1970, con i volumi di Graziani, D’Antonio, Salvati, Fuà e il mio, quasi omonimo, L’economia e politica economica italiana: tendenze e problemi, tradizione che si è molto inaridita nei decenni successivi.

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Il secondo grande pregio del volume sta nel fondere abilmente al suo interno elementi di teoria, di analisi empirica e problemi concreti, il che è assai raro trovare in molti contributi odierni.

Nei miei commenti mi concentrerò soprattutto su alcuni dei problemi attuali riannodandoli tuttavia alle tendenze di fondo illustrate nel volume di Garofoli.

I problemi dell’economia italiana sono nati soprattutto dopo il 1973, con un rallentamento progressivo del ritmo di crescita del PIL reale, ma soprattutto degli investimenti, fenomeni che si sono fortemente aggravati con la grande depressione 2008-2014. Gli investimenti reali prima del 1973 salivano di più che nella media degli altri maggiori paesi industrializzati, poi crebbero sempre più debolmente e di meno che negli altri maggiori paesi industrializzati. Lo stesso succedeva per la conoscenza, per cui anche la produttività del lavoro, che molto dipende da investimenti e conoscenza, cominciò, con un certo ritardo, a salire di meno che nei maggiori concorrenti internazionali.

Questi ultimi crescevano inoltre progressivamente di numero. Dagli anni 1970 e 1980 vi era stata la maggiore concorrenza dei paesi CEE, negli anni Settanta e Ottanta la maggiore concorrenza giapponese, poi quella Sud Coreana, poi quella Cinese, indiana, est-europea, etc…

Un limite del bel libro di Garofoli è di essere un po’ troppo italo-centrico per gli anni 1960 e 1970, approfondendo le conseguenze dell’integrazione europea e poi della globalizzazione soprattutto per i due ultimi decenni, mentre i due fenomeni cominciavano a mordere sulla carne viva della nostra economia già negli anni 1960 e nei decenni successivi. Ciò non vuol dire che non bisognasse sviluppare integrazione europea e globalizzazione, ma che bisognava farlo in modo più deciso e con politiche di accompagnamento ben diverse da quelle realizzate.

Vi è poi nel libro di Garofoli, sebbene molto meno che nei contributi di altri autori, una certa sottovalutazione di concetti- stock, come ricchezza, capitale e debito e della loro influenza su concetti flusso, come il reddito, i consumi e gli investimenti. I rapporti stock-flussi sono invece essenziali per capire la crisi post- 2008.  Quando la crisi finanziaria partita dagli USA si abbatté anche sulla Europa e l’Italia, si ridusse nel nostro paese il valore delle azioni, delle altre attività finanziarie e delle abitazioni e aumentarono debito pubblico, debito estero e debito delle imprese e delle famiglie. Caddero la ricchezza delle famiglie, delle banche e delle imprese e, di conseguenza, consumi, investimenti, occupazione e PIL. Ciò a sua volta ridusse ulteriormente il valore degli stocks, innestando spaventosi circoli viziosi. Aumentarono inoltre le diseguaglianze nella ricchezza e nei redditi. Garofoli, nel suo libro, ha trattato estesamente il problema del debito pubblico, un po’ meno il problema degli altri stocks e delle complesse interrelazioni stocks-flussi.

Garofoli fa, infine, nel suo testo alcune  proposte  assai sensate per uscire dalla crisi, su cui concordo pressoché integralmente, e che in parte sono state di recente ricomprese nella “Dichiarazione di Pavia” firmata da numerosi economisti europei per un rilancio delle sofferenti economie europee.

Infine, ci pregiamo riportare qui un contributo inedito dello stesso Garofoli, scritto appositamente per i lettori di questo blog alla nostra richiesta di fare il punto sul possibile scenario futuro italiano, con riferimento alla crisi economica.

Un’analisi del processo di trasformazione dell’economia italiana di lungo periodo consente di comprendere l’esistenza di una visione del processo di cambiamento da parte della classe dirigente del paese e della capacità di realizzarla. Ma, allo stesso tempo, evidenzia le opportunità per l’economia e la società nel suo insieme e la possibilità di perseguire l’interesse collettivo.

Un’analisi di lungo periodo fa anche comprendere alcune rilevanti contraddizioni ed alcuni problemi che, ormai da decenni, sono presenti anche nell’economia e nella società europea.

garofoli

Negli anni – e nei decenni – in cui gli investimenti sono elevati e crescono, aumentano le opportunità per il paese e i suoi cittadini; negli anni in cui gli investimenti sono relativamente bassi, si blocca non solo la capacità di crescita e trasformazione del paese ma regredisce anche l’occupazione.

Altro punto rilevante nella storia lunga dell’economia italiana è la diminuzione della quota di reddito distribuita al lavoro dipendente, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta. Questa modificazione nel reddito distribuito è alla base della insufficienza della domanda aggregata nel nostro paese. La questione diviene ancora più rilevante perché questo fenomeno si manifesta ampiamente in tutta Europa, con le evidenti ripercussioni sulla caduta degli investimenti e sul più basso tasso di occupazione non solo rispetto ai paesi emergenti ma anche rispetto ad Usa e Giappone.

Negli ultimi due decenni è mancata una visione sufficientemente condivisa del futuro economico del nostro paese. Ciò ha determinato scelte di politica economica e strategie delle imprese improntate, entrambe, al breve periodo senza capacità di coordinare le decisioni degli operatori privati e degli operatori pubblici.

I problemi principali dell’economia italiana sono dunque i bassi tassi di occupazione (nettamente più bassi della già bassa media europea) e la conseguente bassa domanda aggregata. Le variabili cruciali sono dunque quelle dell’economia reale e non dell’economia monetaria e finanziaria sulle quali è invece concentrata l’attenzione del Patto di stabilità e della Commissione Europea.

È, dunque, necessario avviare un diverso orientamento degli operatori pubblici e privati e un diverso approccio culturale ai temi economici. Il sistema economico funziona come un processo ed è conseguenza di interazioni tra decisioni di diversi operatori (pubblici e privati) e non è rappresentato da un banale quadro contabile. Un aumento degli investimenti pubblici (europei e nazionali) renderebbe necessari investimenti collegati e complementari da parte dei privati e innescherebbe un processo di crescita e sviluppo a partire dall’attenzione ai fabbisogni dei cittadini europei. Ma è importante anche far crescere la capacità di risposta a livello locale e regionale alla crisi e ai bisogni diffusi nella società. Un crescente orientamento all’imprenditoria sociale farebbe notevolmente aumentare la capacità di ideare e gestire progetti di sviluppo e di investimento dal basso e in questo modo si rafforzerebbero i legami tra economia, società e territorio.

Un tale tipo di approccio sarebbe rafforzato anche dalla comprensione dell’eccessiva attenzione che è stata portata, negli ultimi anni, alla competitività dei paesi europei a livello internazionale. Se iniziamo a calcolare correttamente le esportazioni europee come vendite ai paesi extraeuropei, capiremmo immediatamente che le esportazioni europee coprono appena il 10% del Prodotto Interno Lordo (PIL). Ciò farebbe comprendere ancor più l’urgenza di soddisfare la domanda potenziale di beni e servizi dei cittadini europei e far quindi crescere il loro benessere. In questo modo, certamente, i cittadini europei comincerebbero a capire perché l’Unione Europea è per loro importante.

 

 

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