Dietro le Quarte

PAGARE LE TASSE SBUFFANDO MA SENZA SENTIRSI FRODATI

PAGARE LE TASSE SBUFFANDO MA SENZA SENTIRSI FRODATI
marzo 04
16:58 2016
 [fonte dell’immagine in evidenza: Kakisky – Morguefile]
 

500.000.000.000 di euro. Oppure 968.135.000.000.000 in lire. Cifre che si fa pure fatica a pronunciare, e non si capisce a prima vista quale sia davvero l’entità. E’ il “gruzzolo” a cui ammonta l’economia “non osservata” in Italia, cioè la somma di economia sommersa e legata ad attività criminali e corruzione. Insomma: soldi invisibili, e ovviamente non tassati. La sola evasione “classica”, redditi “autodecurtati” ma anche lavoro nero o straordinari fuori busta, sopra i 170 miliardi di imponibile.

La sensazione, per chi paga le tasse, è di vivere regolato da un sistema iniquo, è ovvio.

Però non è possibile neppure cavarsela sempre con lamentele urlacchiate (spesso con toni da strapazzo, degni dei peggiori commenti da “social”) o, peggio, prese di posizione che cercano di salvare, per una presunta giustizia fatta da sé, atteggiamenti, di fatto, antidemocratici: del tipo, per intendersi, “E allora sai cosa c’è? Io non pago il biglietto del tram”.

Ottimo quindi il lavoro di Alessandro Giovannini, ordinario di diritto tributario all’Università di Siena. Nel suo recentissimo libro “Il re fisco è nudo”, uscendo dagli stereotipi (non è vero che i tributi sono “belli”) e usando un linguaggio molto chiaro, ripensa – e spiega – il sistema fiscale nell’ottica dei due temi basilari: legalità, equità.

Conoscere è il primo passo per poter azzardare commenti, costruirsi un’idea e formulare le proprie opinioni potendo anche, appunto con cognizione, criticare. E poiché il tema trattato tocca tutti noi, il lavoro di Giovannini si fa estremamente prezioso.

L’autore ha già scritto molti volumi per la comunità scientifica e i professionisti, ma per la prima volta si rivolge a un pubblico generico, nel valoroso intento di portare nelle tasche di ognuno (è il caso di dirlo) un argomento ostico ma determinante per la conduzione della nostra vita.

2001_125   giovannini ritratto

Gli abbiamo chiesto quale sia lo stato d’animo che lo ha spinto e quali gli effetti di una scelta di divulgazione.

Queste le sue parole:

“Ho sentito il dovere di divulgare in modo semplice, diretto, sincero,  quel poco che conosco. In fondo, non ho fatto e non faccio niente di eccezionale: restituisco quello che questo paese mi ha dato in anni di istruzione, di studi universitari, di studi all’estero, di opportunità scientifiche. Restituisco un corredo che la comunità mi ha fornito fin dalla prima elementare. Al di là di questo, vi è poi una mia profonda convinzione: i risultati della ricerca hanno finito, troppo spesso, per rimanere imprigionati in un sarcofago. Un sarcofago pieno zeppo di ori, argenti ed incensi, ossia di teorie, argomentazioni e astrazioni di grande genialità, ma dei quali gli stessi studiosi, il più delle volte, non sanno di cosa farsene.  Si è prodotta una scienza chiusa in se stessa, immessa in un circuito composto da pochi chierici, lontana dalle esigenze effettive dei destinatari finali, che sono e non possono che essere gli individui in carne ed ossa, non i chierici. Il mio non è un atto d’accusa. È la constatazione di un processo storico che deve essere invertito, interrotto, com’è indispensabile che avvenga quando vi è un incendio in corso: contribuire a spegnerlo o almeno a contenere le fiamme è un dovere civico, almeno io lo sento e lo vivo così. Qualche idea rivolta a ripristinare legalità ed equità. Questa è la proposta e questo è lo scopo del libro. Riportare le idee al centro del dibattito, forse così si può riassumere tutto”.

E per noi è un piacere seguirne il discorso, con la sensazione, alla fine, di tenere in mano un po’ meglio la situazione, almeno come si diceva nel senso di comprenderla e sapere cosa chiedere perché tutto torni più giusto.

L’autore non risparmia certo accuse e critiche, anzi. Ma il lavoro è teso alla proposta di innovazione. “Cambiare si può. Seriamente”: sono le parole con le quali si chiude il risvolto di copertina.

Il proposito è più che condivisibile, e teso a verificare se sia possibile “garantire maggiore equità nella distribuzione dei carichi impositivi e nella distribuzione della ricchezza”. Da  lì, e partendo dalle tesi dell’equità laica di John Rawls, Giovannini ci accompagna alla comprensione sia dello stato di fatto che delle possibili vie di rinnovamento. E spiega i paroloni del lessico economico rendendoli finalmente amici.

Lo stato di fatto ahinoi ci fa sobbalzare sulla sedia quando si parla di ingiustizie, e ci fa invece riflettere quando porta alla nostra attenzione concetti sui quali magari pensavamo di aver chiarito tutto e invece…

Il testo è ricco, va seguito passo passo e letto con attenzione, non per il linguaggio e lo stile, che come si diceva sono impeccabilmente chiari, ma per la densità dei contenuti, che ci fanno viaggiare tra leggi della Carta Costituzionale e quindi pensieri di chi all’inizio della storia democratica pensava a cosa fosse giusto e cosa no, e mentalità e costumi che nei decenni hanno connotato la via italiana alla partecipazione alle spese comuni, l’organizzazione e l’utilizzo dei servizi e dei beni condivisi.

Ancora, pone questioni alle quali magari non abbiamo mai pensato, ma determinanti: quali le conseguenze non solo economiche, ma forse soprattutto giuridiche, e diciamo pure filosofiche ad esempio del fatto che l’Europa imponga di determinare il Pil sommando alla ricchezza legale quella sommersa e l’economia illegale? È giusto dare dignità a tali profitti, frutto del crimine? O ancora: come può il principio di equità essere utilizzato per proteggere – come dev’essere – chi meno ha e il ricco ugualmente?

Ma c’è un sacco d’altro, in queste pagine. Qualche tema preso qua e là, per capire cosa intendiamo: la differenza tra imposta e tassa, qual è il significato (e la storia) del principio di capacità contributiva e del criterio di progressività, cosa è considerato equo oggi (e magari non lo era in altre epoche, o non lo è in altri luoghi), perché e in quale modo in Italia è stata disattesa la formula secondo la quale il principio sta sopra la norma, e non viceversa…

E non si pensi a pura speculazione di filosofia del diritto.

Seguiamo ad esempio questo ragionamento: c’è una legge in Italia (la n.537 del 1993) che equipara i proventi criminali ai redditi leciti (erano gli anni di tangentopoli, e bisognava tener calmi di animi). Però in questo modo “la legge fa diventare lecito ciò che non può esserlo”.  Tali entrate “Possono essere reddito per l’economia (forse). Non per il diritto”. Ma allora – seguiamo il ragionamento di Giovannini – “Se i proventi criminali sono reddito […] anche i costi di produzione devono o dovrebbero acquisire dignità giuridica […]. Per conseguenza, allora, il killer professionista dovrebbe poter dedurre il costo dei proiettili e della pistola; lo scafista, l’ammortamento del motoscafo usato per trasportare esseri umani […]. C’è qualcosa che non torna: è la vendetta del diritto”.

Cosa fare dunque? Sembra difficile a dirsi, e invece metà libro risponde. Buttando lì qualche citazione vi diamo l’idea: “Per prima cosa dobbiamo riconoscere, senza indorare la pillola, che il nostro sistema è concettualmente, culturalmente vecchio, palesemente inadeguato alle moderne dinamiche economiche e sociali […]Dopo quasi cinquant’anni dalla grande riforma tributaria, che prese avvio nel 1971, ma che fu studiata negli anni cinquanta e sessanta da uomini formatisi negli anni trenta e quaranta, non è più questione di correttivi da introdurre qua e là o di sforbiciate alle aliquote”.

Quindi? Sempre pescando qualcosa, e invitando a prendervi il bel tempo della lettura integrale del testo: Considerare quali punti essenziali del cambiamento l’azione su erosione, esclusioni ed esenzioni. Considerare il cambiamento  proiettando le riforme “sullo scenario almeno europeo”, “allargare il concetto di capacità contributiva , così da attrarre a tassazione elementi non colpiti (e forse, per ora, neppure individuati con precisione) e fare spazio a concetti diversi da quelli tradizionalmente utilizzati”. Superare il problema della “spersonalizzazione” delle transizioni finanziarie: ovvero dare un nome al contribuente, non all’operatore della transizione dietro il quale il primo si nasconde. Considerare che non sia necessario “che chi realizza un fatto economicamente  valutabile […] presupposto di un tributo, abbia già ritratto da quello stesso fatto la pecunia del pagamento” perché, per capire meglio, “Un sacco di iuta pieno di diamanti può anche dimostrare che essi non hanno generato un reddito, ma senz’altro testimonia la loro forza economica”. Risolvere la questione legata alle transizioni via web e quindi al rapporto tra tributo e territorio (quale paese sarà sede di tassazione? Dove ha sede la società che vende? Dove si acquista?).

“I tributi” – afferma l’autore dopo aver sostenuto la forza “scientifica” che prova il malumore del pagare le tasse (inutile negarlo) – “possono essere accettati con l’intervento della cognizione […]. Devono essere capiti e poi devono avere qualità in grado di ammorbidire, arrotondare i loro spigoli caratteriali: devono essere equi, semplici, facili da gestire e al passo coi tempi”.

Qui una via da percorrere in tal senso è indicata.

Perché sono vere tre cose:

1)      le riflessioni tanto antiche quanto attuali di Calamandrei secondo cui “una delle più gravi malattie è quella del discredito delle leggi: gli italiani […] hanno quasi assolutamente perduto il senso della legalità […]E questa perdita è stata determinata dalla slealtà del legislatore”.

2)      Le parole di Giovannini: Le leggi ad uso personale o le modifiche di leggi esistenti per finalità personali o di pochi “eletti”, i condoni premiali, variamente denominati e mascherati, gli “scudi” fiscali, alcune forme di agevolazione o di esenzione impositiva, sono gli esempi più eclatanti e conosciuti del discredito di legge”.

3)      In Italia  un noleggiatore di autovetture guadagna 5.300 euro lordi l’anno, un titolare di istituto di bellezza 7.200, una tintoria 9.100.

O, perlomeno, questo è il dichiarato.

 

 

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