Dietro le Quarte

PENSIERI DALLA GRANDE GUERRA La vicenda politica, economica, strategica, umana

PENSIERI DALLA GRANDE GUERRA La vicenda politica, economica, strategica, umana
luglio 10
16:16 2015
[fonte dell’immagine in evidenza: indire.it. Rilasciata con licenza CC BY-NC-ND]
 

Come è sempre per gli anniversari ci si volta indietro, si guardano le cose a distanza, si riflette con l’intento di fare di quell’evento un tassello della nostra storia, che ci spieghi quanto è avvenuto dopo. A maggior ragione quando la Storia è quella con la maiuscola, quella che davvero segna un cammino dei popoli. Purtroppo il tema non è felice: di guerra si tratta, niente di positivo. Ma a cent’anni dall’ingresso dell’Italia nel primo conflitto mondiale molti studiosi giustamente colgono l’occasione per rileggere, a certa distanza e da un mondo completamente diverso, quel passo così significativo della vicenda storica mondiale. Vicenda che, nel lavoro di Paolo Ferrari e Alessandro Massignani, “1914-1918 La guerra moderna” vede porre in evidenza – insieme agli aspetti politici, strategici, economici – il Pensiero, l’Uomo, le Parole che hanno accompagnato gli accadimenti. Siano esse parole del Soldato, del Generale, del Cardinale. Il cui pensiero, insieme a quello di chiunque – contadini, donne, tutta la società civile – si trovava di fronte a stimoli di estrema intensità, a stravolgimenti sul piano sociale dove “riferimenti, valori, assetti tradizionali di potere sono irreversibilmente intaccati”.

“La guerra – scrive Enzo Collotti e gli autori riportano – incide profondamente sulla mentalità degli individui e delle masse; non solo ne risulta spaventosamente ridimensionato il significato della vita umana, ma sono anche le relazioni tra gli uomini e tra gli aggregati sociali ad esserne sconvolte”.

E il fenomeno non riguarda solo chi la guerra la subisce: considerata “moderna” come annunciato nel titolo del libro per “il salto mentale, tecnologico, industriale, organizzativo, di efficienza o di illusione futuristica che colse un mondo abituato ad altre velocità”, la Grande guerra ha effetti stranianti anche su chi la deve gestire militarmente. Come ha sintetizzato Giorgio Rochat, ricordano gli autori, “giunse al fronte la modernità, e colse i generali di sorpresa”.

cop ferrari

A sottolineare ulteriormente l’aspetto di interesse umano, Ferrari e Massignani ricordano una necessità nuova rispetto agli scontri precedenti, dove vigeva il controllo di stampo repressivo. Con la Grande guerra “per le stesse dimensioni degli eserciti mobilitati, emerse sempre più la necessità di motivare i soldati o quantomeno di condizionarli ricorrendo a un appropriato addestramento, alla propaganda, in generale a iniziative volte a migliorarne le condizioni e a convincerli della “necessità” della guerra”. E ancora: “[…] ampio spazio venne riservato a chi proponeva di studiare i soldati per capire come alienarli dalla precedente vita e trasformarli in docili strumenti della macchina militare”.

Con tali premesse risulta chiara l’importanza, in questo imponente lavoro diviso per aree tematiche (la trincea, l’industria, la tecnologia, le condizioni fisiche e psicologiche dei soldati, il  pensiero del nemico, eccetera) dei documenti, spesso inediti – articoli, rapporti, relazioni, diari… – che rendono prezioso e originale il lavoro dei due studiosi.

La struttura del testo lo rende particolarmente godibile: ogni capitolo tematico è aperto da un saggio che introduce all’argomento, seguito dal documenti originali a loro volta anticipati da poche ma utili righe a complemento.

Proponiamo una piccolissima selezione per i lettori di Dietro Le Quarte, che potranno così immergersi in tre significative tematiche: i tedeschi rappresentati come selvaggi in un opuscolo di propaganda, la considerazione su come la guerra non sia uguale per tutti in uno scambio di convenevoli tra l’arcivescovo di Udine e il generale Cadorna in occasione di un dono a quest’ultimo, e le paure per i giorni del dopoguerra.

Solo un piccolo assaggio da un volume che ne propone un centinaio, portando il lettore indietro di altrettanti anni, profondamente dentro i luoghi  – siano fisici o mentali – di un pezzo di storia determinante per tutti noi.

Un saggio che sarebbe bello leggere e conservare insieme alla splendida letteratura e poesia prodotta in quegli anni.

 

La brutalità dei tedeschi

La progressiva brutalizzazione della guerra non fu soltanto l’effetto delle condizioni estreme in cui i soldati si trovarono a dover vivere e delle stragi immani che caratterizzarono il conflitto, ma anche di una propaganda che, in tutti gli schieramenti, cercò di convincere della violenza senza limiti dell’avversario al fine di far dimenticare i principi elementari di rispetto dell’“altro” che erano, tra l’altro, alla base degli insegnamenti, oltre che delle forze liberali, sia dei socialisti sia della chiesa, cioè di forze che godevano di un grandissimo seguito popolare. Questo opuscolo di propaganda uscì con l’imprimatur di una prestigiosa università presentando, a riprova della brutalità tedesca, lontana da ogni forma di rispetto delle leggi di guerra, pagine di un soldato nemico che parlava di orrori visti in prima persona, a partire da quelli legati all’invasione del Belgio. I tedeschi vengono così rappresentati come «selvaggi», addirittura estranei alla «vita spirituale» dell’Europa.

 

Il Dio tedesco

Gli scrupoli non sono la debolezza dei circoli dominanti della nuova Germania. Il popolo però conserva il suo fondo buono, mentre è anche uno strumento pieghevole [sic] della politica brutale. Oggi si vede il gregge tedesco tramutato a piacere in una mandria di elefanti. I cui piedi calpestano tutte le vite. Questo cambiamento si ottiene con vari mezzi. SI persuade il popolo, che la morale pubblica e la privata sono due cose del tutto diverse. Nello stesso tempo si dà l’esempio di grande devozione. Da tutti i balconi dei castelli, da tutti i gabinetti dei ministri, da tutti gli accampamenti siamo stati negli ultimi tempi costantemente ammoniti a precipitarci nelle chiese, ad inginocchiarci, ad invocare il Dio giusto, che sostiene la nostra causa, e difende noi perseguitati ed assaliti, a lodare il Dio tedesco, che ci condurrà vittoriosi attraverso il mondo, perché non può trovar migliore impiego per il giardino della sua creazione, di quello di farvi accendere il nostro fuoco domestico. Spero che ci siano molti, i quali non si inginocchino e non preghino, almeno a questo Dio e per questo. Piuttosto tacere e meditare e mostrare poi nella liberazione quella forza e quella fede che oggi si manifestano nella servitù. Una ripugnante adulazione e insidia, sprezzo del popolo e inquietudine di colpevoli stanno in questa pietà ufficiale. Essa non vanta altro che la santificazione della menzogna, l’adorazione della brutalità, la divinizzazione di Guglielmo II.

 

Furti e saccheggi

24 agosto

Più importante per me è il sapere che la guerra dei franchi tiratori in Belgio non è ancora cessata. Le truppe procedono con crudeltà spaventevole appena parte anche un solo colpo da una casa. Ultimamente fucilarono 200 abitanti d’un villaggio. Purtroppo avvengono molti errori; p. es. i nostri soldati sparano in una via, ed altri nostri soldati in un’altra via credono che i franchi tiratori abbiano sparato dalle case e radono tutto al suolo.

Ho molto riflettuto sulla notizia di un mio informatore, di un ufficiale, che i nostri soldati si danno molto al furto e al saccheggio. Essi penetrano nelle case, e, mettendo agli abitanti la baionetta sul petto e minacciandoli di tagliar loro il collo, esigono tutto quanto c’è in casa; non solo viveri, ma denaro, gioielli e spesso anche gli oggetti più inutili e più singolari. Anche il bestiame viene senza bisogno raccolto, per poi lasciarlo perdere. Automobili, carri da munizioni ed ogni altro veicolo vengono riempiti di questi oggetti rubati.

Il mio informatore dice, che ieri ordinò ai suoi uomini di restituire gli oggetti rubati e di pagare i viveri presi. Egli spera che presto il Comando prenderà misure rigorose contro il saccheggio. A Liegi, dove i soldati hanno tormentato e saccheggiato la cittadinanza, sono avvenute negli ultimi giorni ripetute battaglie nelle vie, in cui abbiamo usato cannoni e mitragliatrici. I soldati sono inselvatichiti, non sono stati acquartierati da più settimane, ma accampano fuori dell’abitato, perché sono da temersi aggressioni omicide in letto, e persino nel lazzaretto, e col continuo sparare contro la popolazione e colla distruzione di numerosi paesi hanno perduto la misura e il giudizio di ciò che è e che non è permesso in guerra.

Se i tedeschi vincessero…

I tedeschi confidano nella prevalenza numerica e nel migliore armamento. Essi non credono di vincere per valore, fermezza, abilità od altre qualità speciali. Sono tranquilli, se possono sperare di avere la prevalenza numerica; credono al più di poter fare quanto gli altri popoli, non di più. Di vergognarsi della loro forza numerica quando schiacciano un nemico debole, come il Belgio, non pensano neppure. Celebrano le loro imprese tanto più altamente e allegramente, quanto più hanno la sicurezza della massa. Sono come i selvaggi, che si inebriano della vittoria, anche se contro una vittima inerme, e con giubilo barbarico si dividono il bottino di uomini e tesori sul campo. Se un nemico forte e coraggioso, della cui presenza nella gioia della vittoria non si fossero accorti, li sorprendesse, essi raggiungerebbero in fuga precipitosa le loro paludi e le loro foreste, e vi resterebbero tanto volentieri, come volevano prima scorrazzare all’infinito su tutta la terra senza considerazioni di distanze e di rapporti.

Se i tedeschi ottengono ora l’egemonia in Europa, si vedrà una fuga generale degli europei. I tedeschi stessi non potranno sopportarsi l’uno l’altro e si divideranno. Gli angoli più remoti d’Europa saranno i rifugi più ricercati; un enorme spostamento dei centri della vita spirituale avrà luogo. E se nessuno punto vi sarà più in Europa non dominato dai tedeschi, avverrà una emigrazione dei popoli al di là del mare, chi sa dove, certo in un luogo sicuro dai tedeschi. L’Europa diventerà una parte della terra, che per le molte incomodità non varrà la pena di visitare. Però i tedeschi non dovranno lasciarsi vedere fuori dei confini della nuova Germania; essi dovranno fuggire, o gli altri ritirarsi. Con superbia e dispregio ciascuno vorrà risparmiarsi la vista dei tedeschi. Solo quando questa inondazione sarà cessata, ciò che per l’esperienza dei tempi delle migrazioni dei popoli si può sempre sperare, ritornerà forse la vita europea.

 

Fonte: G. Muelhon, Dal diario di un tedesco. «La devastazione dell’Europa» (Die Verheerung Europas), Milano, Comitato lombardo Unione insegnanti Università Bocconi, 1918, pp. 18-20.

***

Un brindisi per l’onomastico

Leggendo questo documento del 1915 – in cui Cadorna, comandante in capo dell’esercito, ringrazia l’arcivescovo di Udine per gli auguri e l’invio di un vino pregiato, evocando una vita piacevole mentre a pochi chilometri muoiono i soldati nelle trincee – non può non venire in mente il film di Stanley Kubrick del 1957, Orizzonti di gloria (Paths of Glory), ispirato all’omonimo romanzo di Humphrey Cobb, che pone al centro la dimensione di classe del conflitto e la siderale lontananza tra la vita dei soldati e quella degli alti ufficiali. La guerra rappresentò una tappa fondamentale del riavvicinamento tra chiesa cattolica e Stato italiano, anche se non mancarono momenti di contrasto e non vennero mai meno i timori di una parte del mondo liberale per i messaggi e la volontà di pace propri di una parte del mondo cattolico, che si contrapponeva a quella, più forte, che sostenne lo sforzo bellico del paese.

 

Comando Supremo del R.° Esercito

A S.E. Monsignore A.A. Rossi Arcivescovo di Udine

 

Eccellenza,

Gli auguri che V.E. in nome proprio ed in quello del Clero della Arcidiocesi, volle cortesemente indirizzarmi per la ricorrenza del mio onomastico, mi sono giunti assai graditi ed altamente apprezzati, tanto più che agli auguri V.E. si è compiaciuta di unire parole di fervida speranza nelle fortune militari d’Italia.

Voglia pertanto l’E.V. accogliere l’espressione della mia viva riconoscenza, ed i miei ringraziamenti per il dono gentile delle preziose bottiglie del vecchio vino dell’Abbazia di Rosazzo. Oggi con gli ufficiali del mio Comando, ho brindato con lo squisito liquore di Pircolit [Piccolit], che unanimemente è stato riconosciuto – come appunto scrisse l’E.V. – degno di mense regali.

Sono dell’E.V., con particolare ossequio

Devmo

L. Cadorna

 

Fonte: Archivio della Curia Arcivescovile di Udine (Udine), Nuovi manoscritti, b. 806, fascicolo «Periodo di guerra. Corrispondenza varia 1915».

***

La paure per il dopoguerra in due racconti

(proponiamo qui il primo, ndr)

Le due vicende personali tratteggiate da Ettore Conti in questi appunti di fine guerra assumono la valenza di simboli dello sconvolgimento sociale che il conflitto determinò: da una parte un «simpatico lavoratore e spirito mite e coscienzioso», spezzato nell’intimo dagli orrori ai quali aveva assistito, vittima di una guerra che lo ha mutilato non nel corpo ma nella mente; dall’altro un uomo altrettanto incapace di ritornare alla vita precedente (una vita, appunto, scomparsa per sempre per la devastazione materiale e mentale prodotta dalla guerra), che parla «di nemici ammazzati col maggiore entusiasmo» e che desidera, finito il conflitto, una «vita avventurosa», pronto forse a portare la violenza dalle trincee alla lotta politica. La tristezza di Conti è per la consapevolezza di un mondo che se n’è andato e per le profonde trasformazioni che non promettono nulla di buono.

 

23 giugno 1918

A pochi giorni di distanza ho ricevuto due visite di soldati reduci dal fronte. Dapprima mi è venuto a trovare il Pino, nostro giardiniere a Galbiate, simpatico lavoratore e spirito mite e coscienzioso. Aveva assistito alla rotta di Caporetto; poi, chiamato a far parte di nuove unità, aveva partecipato ad azioni sull’altipiano di Asiago dove si sono riacquistate importanti posizioni e fatto qualche migliaio di prigionieri. Dice che anche al fronte hanno sentito le prove di affetto e di fiducia delle retrovie, ciò che ha contribuito a ingagliardire lo spirito aggressivo dei soldati. Ma quel bravo figliolo mi ha fatto una ben dolorosa impressione; gli orrori ai quali ha assistito, principalmente durante la rotta, i cadaveri che ha dovuto trasportare, le fucilazioni, le distruzioni, non gli escono dalla mente; spesso si commuove; talora piange per un nonnulla: non è più l’uomo di prima. Sogna di riprendere le sue antiche placide occupazioni; ma capisco che ci vorranno anni prima che torni ad essere quel gaio e forte lavoratore che avevo conosciuto.

L’altra visita la ho avuta da un mio intelligente montatore: costui, anche da borghese, ottimo operaio, attivo, energico, era però un tipo di simpatico capo-scarico, amante delle compagnie allegre e delle belle ragazze; si era fatto mettere tra gli arditi; ha preso parte alla resistenza che abbiamo opposta al violentissimo attacco che gli austriaci hanno sferrato dal Tonale al mare, forse credendo di approfittare del collasso della Russia. Mi assicura, ed io gli credo, che sull’Altipiano di Asiago è stato fra i primi a contrattaccare vittoriosamente, e che è proposto per una medaglia. Parla di cannoni, di bombe a mano, di nemici ammazzati col maggiore entusiasmo. Richiesto che cosa conta di fare dopo la vittoria, non mi nasconde che il mestiere del montatore elettricista non gli sorride più e che sogna una vita avventurosa.

Mi sento rattristato. Temo che la ricostruzione del dopo guerra sarà dura, e mi domando se i vantaggi che otterremo dalla vittoria, ci potranno compensare di tutto quello che la guerra distrugge, e non soltanto nel campo materiale o nelle stesse vite umane. Meglio non pensarci; limitiamoci a mantenere viva la fede nostra e l’altrui.

Nei giorni scorsi mi è toccato, a Taliedo, di commemorare la dolorosa perdita del maggiore Baracca, l’eroico aviatore dai trentaquattro aeroplani abbattuti.

 

Fonte: Ettore Conti, Dal taccuino di un borghese, Milano, Garzanti, 1946.

 

 

 

 

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