Dietro le Quarte

POSTO ERGO SUM. Nuovo narcisismo e ricerca d’identità nell’epoca del selfie (con un appello a Marcella e Giancarlo, innamorati)

POSTO ERGO SUM. Nuovo narcisismo e ricerca d’identità nell’epoca del selfie  (con un appello a Marcella e Giancarlo, innamorati)
aprile 13
17:36 2017

Partiamo dall’amore. Quello per nulla virtuale, e fatto di parole scritte sulla carta. Quello espresso come si faceva una volta.

Partiamo da lì perché c’è un aneddoto poetico e bellissimo che lega un libro, “La società dei selfie”, e il suo autore, Luciano Di Gregorio, e un secondo libro, “I miti greci” di Robert Graves ed un suo lettore, sempre il nostro Di Gregorio, ad una coppia di innamorati.

Siamo al Libraccio di Milano, e Di Gregorio – psicologo, psicoterapeuta , formatore e socio della Società Gruppoanalitica italiana –  acquista il libro di Graves, usato.

Nell’aprirlo, si trova tra le mani un biglietto da visita, intestato a Marcella e Giancarlo, sposi (il biglietto riporta uno stesso cognome ed un indirizzo comune, a Milano in zona Vialba/Quarto Oggiaro). Sul retro, questo testo, datato 23 novembre 1996:

“Al mio innamorato Giancarlo. Caro Amore ogni giorno che passa mi scopro sempre più innamorata di te. Con tanto amore Marcella”

Terminato il suo ultimo libro, Di Gregorio sceglierà di dedicarlo a Giancarlo e Marcella.

Pubblicato da poco presso la nostra casa editrice, il volume riporta quelle belle righe in dedica, mentre l’autore, e noi con lui molto volentieri, lanciamo un appello tramite Dietro Le Quarte, perché Marcella e Giancarlo, che speriamo ancora stretti in quell’amore così bello, possano contattarci e naturalmente ricevere una copia del libro autografata!

E per passare ora ad altre forme di innamoramento, e di espressione dei sentimenti, apriamo “La società dei selfie. Narcisismo e sentimento di sé nell’epoca dello smartphone” e vi troveremo un’indagine sul bisogno di visibilità sociale che si esprime nell’utilizzo della rete, e dei social network in particolare, quando postiamo e condividiamo contenuti – testo, immagini, video – relativi al nostro privato, spessissimo alla sfera sentimentale, talvolta addirittura a quella sessuale.

Dietro questi atteggiamenti esistono necessità riferibili ad una nuova forma di narcisismo, e soddisfazione di bisogni di autoaffermazione, culto di se stessi, uscita dall’anonimato, esibizionismo e voyeurismo, partecipazione all’intimità degli altri, amplificazione di un mondo che sentiamo ristretto e incapace di darci lo spazio che meritiamo, appartenenza ad una comunità. E ancora: bisogno di colmare assenze e crescente incapacità a tollerarle, e conseguente “creazione dell’altro” in forma di immagine, presenza in voce, video in movimento. Il tutto a scapito di uno scambio affettivo reale.

Siamo dunque tutti malati? Leggiamo Di Gregorio:

“Sia in psichiatria che in psicologia questo ritiro nell’universo immaginario viene definito disturbo  narcisistico della personalità, una forma di narcisismo patologico, ma dal momento che questo comportamento viene adottato da tutti, non è considerato un fattore anomalo, una psicopatologia vera e propria, piuttosto esso è diventato una nuova regola del vivere sociale (nell’edizione 2013 del Manuale diagnostico e statistico DSM-V, compare ancora la voce disturbo narcisistico di personalità, ma in seguito è stato derubricato e ora compare solo nella versione utilizzata negli Stati Uniti)”.

C’è anche da valutare un paradosso: “coloro che praticano attivamente il rituale mediatico finiscono, ahimè, per perdere la loro individualità, tendono ad assumere un’identità collettiva, si omologano a una massa sociale omogenea e adottano dei comportamenti imitativi che vanificano in parte lo sforzo di mostrare al mondo la presunta unicità”.

L’argomento, attualissimo e complesso, è ampiamente trattato nell’ultimo lavoro di Di Gregorio, da tempo impegnato nello studio di questi temi (per i nostri tipi ha pubblicato tra l’altro, e già nel 2003, “Psicopatologia del cellulare. Dipendenza e possesso del telefonino”): una scrittura più che piacevole e adatta  a tutti pur nel rispetto del rigore e poggiante su solide competenze professionali.

Anticipiamo qualche riflessione in questa intervista che ci ha rilasciato pochi giorni fa:

Prima della nascita della rete le occasioni di visibilità mediatica erano le dediche alla radio, le lettere al direttore, la posta del cuore, un “ciao” rubato alla telecamera di mamma Rai. Oggi tutto questo ci fa sorridere e come diffusamente spiegato nel suo libro siamo più che presenti a dire la nostra su web. Gli strumenti nuovi e i social network ci hanno cambiati, hanno creato nuove necessità oppure stanno rispondendo ad una esigenza insita nell’essere umano?

I social media e la Rete hanno creato nuovi bisogni di visibilità sociale e favorito nuove forme di esibizionismo mediatico che non sono necessariamente dei fenomeni naturali, insiti nel nostro essere persone sociali, ma sono indotti dai media stessi e dalle nuove opportunità offerte dalla Rete, per cui se prima potevamo pensare di avere nella vita una o due occasioni di successo e di visibilità mediatica, ora con i social media noi possiamo farlo in continuazione, ma se da un lato siamo noi che desideriamo esibirci sulla Rete per incrementare il nostro valore, condizionati da una cultura del successo come unica condizione per esistere, dall’altro la cultura dei social stessi autoproduce questo bisogno di visibilità e fa da suggeritore forte ai nuovi comportamenti sociali che si diffondono e diventano fenomeni di massa.

 

Quanto deve preoccuparci, in generale, questo nuovo narcisismo? Dobbiamo leggerlo come sintomo di un male diffuso? E se di male si tratta quale potrebbe essere la medicina?

Il Nuovo narcisismo correlato all’esibizionismo mediatico ci deve preoccupare quando diventa un rituale obbligato che trascende la volontà del singolo individuo, il quale si sente “costretto” a seguire la comunicazione virtuale che diventa una tendenza collettiva dominante e a partecipare alla costruzione di queste interazioni sui social per non sentirsi emarginato, o escluso dal gruppo sociale di riferimento, che adotta questo comportamento mediatico appunto come prevalente; il problema nasce quando l’interesse per la propria immagine e per i propri contenuti postati su qualche sociale network, diventano più importanti dell’interesse per l’altro, a cui non ci rivolgiamo più con la stessa curiosità e con lo stesso desiderio con i quali ci rivolgevamo prima. L’investimento narcisistico sul proprio Io, per ingrandirlo, comporta sempre un sacrificio e una svalutazione delle relazioni con le altre persone, che diventano meno significative, oppure sono significative perché sono utilizzate per affermare il proprio valore e non per avere un rapporto umano e interpersonale autentico con loro.

 

Quindi parallelamente all’utilizzo delle tecnologie smart si assiste ad un impoverimento della capacità di espressione delle emozioni quando ci si trova de visu?

Da quanto dicevo poco fa consegue che questa abitudine a utilizzare dei sostituti inferiori della comunicazione e a mediare tutti i rapporti con un medium tecnico ci rende sempre meno capaci di sostenere l’impatto emotivo che la relazione con l’altro inevitabilmente comporta.

 

Lo smartphone e le tecnologie collegate sembrano oggi permettere alle persone di “esserci sempre e sempre avere”, ovvero di essere sempre presenti “nel mondo”, con commenti o immagini, ma anche di non rinunciare mai all’altro, tenerlo con sé, sentirlo vicino attraverso i segni che lascia (un accesso a WhatsApp, un like, quattro righe sul social): è solo illusione? È forse segno di una grande solitudine?

Con le tecnologie, con l’uso dello smartphone per presentificare l’altro e per averlo sempre a disposizione, sul palmo di una mano, non si stimola più l’uso della mente per creare l’altro con la fantasia e usando il pensiero, io lo creo con un click meccanico, e mi abituo, inoltre, all’idea che le persone sono sempre a mia disposizione, si elimina l’assenza che è la precondizione per la creazione dell’universo simbolico, che nasce sempre da una mancanza che si cerca di saturare, ma quantomeno dopo un tempo di attesa che ci ha permesso di fare mente, di creare immagini mentali dell’altro.

 

Parole che aiuteranno ciascuno di noi a riflettere sul proprio personale rapporto con lo smartphone, che consentiranno a genitori ed educatori di valutare con maggior cognizione i comportamenti dei ragazzi, che faranno da utile supporto a professionisti psicologi alle prese con nuove problematiche dell’era della rete.

E che ci fanno guardare con rinnovata dolcezza e un po’ di malinconia a quel biglietto nel libro, nella speranza di poter incontrare Marcella e Giancarlo e stringere loro la mano. Ma davvero, non via whatsapp.

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