Dietro le Quarte

IL POTERE CRIMINALE SUL NOSTRO TERRITORIO. Un libro dedicato e un confronto tra studiosi

IL POTERE CRIMINALE SUL NOSTRO TERRITORIO. Un libro dedicato e un confronto tra studiosi
febbraio 26
15:06 2016

I lettori non impegnati direttamente, per studio o professione, nell’analisi del rapporto tra criminalità mafiosa e urbanistica, noteranno oggi la scelta di dare spazio a un dialogo che si allontana dal carattere divulgativo al quale ci atteniamo in questo luogo.

Si tratta però di un’occasione unica di confronto tra esperti su una questione che infine riguarda proprio tutti noi, quando “urbanistica” significa pianificazione, organizzazione e gestione di un territorio che abitiamo.

La nostra autrice Daniela De Leo ha accettato di sottoporre il suo testo, “Mafie & Urbanistica. Azioni e responsabilità dei pianificatori nei territori contesi alle organizzazioni criminali” al collega Alberto Ziparo, che si è prestato a fare da analista e critico stimolando la De Leo su temi cruciali. Rendiamo pubblico lo scambio così come ci è pervenuto in forma scritta, ringraziando i due protagonisti che in questo modo ci permettono di rendere onore al nome di questo blog.

Solo due righe per presentarveli, e subito il loro dialogo, che come vedrete è davvero prezioso e di altissimo interesse. E che naturalmente lascia aperte le porte a un dibattito ancora più ampio, che potrà, per chi volesse, svolgersi anche a commento nello spazio sottostante.

Daniela De LeoDaniela De Leo è docente e ricercatrice in Pianificazione e progettazione urbanistica e territoriale presso La Sapienza di Roma. Con FrancoAngeli ha pubblicato “Planner in Palestina”, alcune curatele (“Territorializzare i distretti” e “I nuovi soggetti della pianificazione” – con F.D.Moccia), e diversi contributi in volumi. Qui il curriculum, gli ambiti di ricerca, le pubblicazioni.

Immagine.Alberto-Ziparo.0Alberto Ziparo, curatore, con Giuseppe Fera, per la nostra casa editrice di “Pianificazione territoriale paesaggistica e sostenibilità dello sviluppo. Studi per il Quadro Territoriale Regionale della Calabria” e autore di diversi contributi in altri volumi, è docente all’Università di Firenze, dove insegna Pianificazione e valutazione delle infrastrutture. Qui la scheda personale.   

 

Mafie & Urbanistica: alcune questioni per la discussione

(In corsivo i temi proposti da Alberto Ziparo; in tondo le risposte dell’Autrice) 

 

1. Modalità di costruzione della ricerca

L’autrice aveva prefigurato l’organizzazione del lavoro così come ci viene restituita dal testo, oppure l’articolazione si è sviluppata durante l’elaborazione? Sarebbero utili notizie su approccio e metodo.

La ricerca pluriennale alla base di questa pubblicazione attendeva una sistematizzazione e una presentazione unitaria già da qualche tempo. Poi, dinnanzi alla diffusa attenzione rivolta, a un certo punto, al tema, mi sono decisa a trovare un modo per presentare i diversi materiali, elaborati nel corso del tempo, all’interno di un unico volume. Ho quindi strutturato una articolazione possibile che ha poi trovato conferma nella scrittura, sempre orientata a condividere conoscenza ma anche alla fine a rispondere alla domanda: so what? Cioè, detto tutto questo, che ce ne facciamo? Come lo usiamo per fare meglio il nostro mestiere?

2. Il tema è “eccentrico” rispetto all’elaborazione disciplinare

Ma probabilmente è destinato a crescere muovendo verso il mainstream del campo pure degli urbanisti.

Non ne sono convinta. Gli urbanisti appaiono in questa fase piuttosto allergici all’assunzione di responsabilità, specie all’interno di un dominio pubblico in cui molte cose offrono alibi per attribuire ad altri le responsabilità…

Le evidenti “debolezze e distorsioni” del governo territoriale per ragioni politiche (crisi delle rappresentanze e partiti gerarchici o “del capo”), economiche (la pervasività delle dinamiche finanziarie), sociali (le conseguenze della compressione di lavoro e welfare oltre alle tendenze alla “fluidità”) aprono sempre maggiori spazi istituzionali a portatori di interessi particolari i quali tendono ad assumere ruoli sempre maggiori “nell’arena decisionale”. Tra questi è assai rilevante il peso delle soggettività legate alla speculazione finanziaria che si allargano fino al capitale di matrice criminale.

Essi tendono a “occupare” l’intera filiera legata al ciclo edilizio territoriale. Anche per gli urbanisti questo sarà un problema scientifico e professionale crescente; come peraltro dimostra la ripresa del filone di ricerca sul tema.

Me lo auguro anche io ma, forse, ho meno fiducia di quella che vorrei avere nelle capacità di questa nostra pratica disciplinare di cambiare davvero il passo.

In questo quadro può essere di qualche utilità ricostruire l’evoluzione del filone; storicizzare l’elaborazioni su territorio e criminalità nell’ambito della disciplina, dalle originali analisi svolte in alcune aree di Sicilia e Calabria (Fera, Ginatempo, Costantino) alle produzioni più recenti?

Sicuramente. L’ampliamento dei riferimenti ai quali attingere resta fondamentale per costruire non tanto un’egemonia culturale, quanto un contesto critico in cui sia più difficile farsi sorprendere, ingenui e incompetenti, dinnanzi all’eventualità che diviene sempre più possibile.

3. Tutto questo appare “in espansione in un contesto di neoliberismo”. Finanziarizzazione e criminalità

Siamo sicuri che si possa parlare ancora di neoliberismo in una fase di piena affermazione di quello che Luciano Gallino ha chiamato “finanzcapitalismo”?

Proponendo categorie che, proprio per la crescente finanziarizzazione dell’economia, venivano già considerate scarsamente efficaci da studiosi di quella scienza – tra l’altro quasi tutti di matrice neoclassica – come Daly o Stiglitz o, più di recente, Atkinson o lo stesso Picketty, a parte autori keynesiani Georgescu-Roegen o Alan Dyer.

Le categorie legate al “libero mercato”, secondo costoro, non sono praticamente mai esistite. Men che meno adesso, allorché l’unica merce che ha valore d’uso – il denaro – tende ad assumere logiche particolari rispetto alle dinamiche economiche; ed è certamente un fattore desocializzante e deterritorializzante.

Il mercato è oggi nel migliore dei casi oligopolistico, ma ulteriormente edulcorato dal peso crescente di alcuni soggetti dominanti che tendono a modificare continuamente le regole per il loro vantaggio: si va così verso la sregolazione e verso situazioni che aprono alla penetrazione criminale. Assumere questo forse può rendere più efficaci le categorie interpretative impiegate nell’analisi.

E rappresentare meglio le condizioni, socioeconomiche e politiche assai problematiche in cui versa la gestione del territorio; spesso così precarie da giustificare il termine “no governance”, facendo al contempo  più luce sul ruolo della mafia che, favorito dall’ampliarsi di tali contraddizioni,  diventa quello di “garante e gestore, senza troppe complicazioni” dei lasciti degradati di tale situazione. Anche per il suo crescente ruolo di operatore finanziario. Quanto la ricerca tiene conto di tali acquisizioni?

In realtà, io parlo di neoliberalismo – citando Garapon – in quanto «filosofia politica di uscita dalla politica […] proponendo di sostituire alla deliberazione collettiva su ciò che è legittimo e illegittimo una organizzazione della società concreta e più modesta, ma efficace ed efficiente basata sulla libertà individuale» (Garapon 2012, p.15). Quello che mi interessa davvero è che questa dimensione è fortemente connessa a quella, per me cruciale, dello stato minimo, quindi al rapporto con la politica più che con il mercato/la finanza. È lo stato minimo, per me, la causa prima e l’origine della questione, la ragione del prevalere incontrastato della finanziarizzazione e del finanzcapitalismo di Gallino. Il ritrarsi dello stato e, quindi, il ridimensionarsi della responsabilità e del peso pubblico delle azioni di quanti lavorano entro le istituzioni ha prodotto e produce condizioni fertili per l’espansione dei fenomeni criminali in maniera ancora più sofistica e pervasiva di quanto non lo fossero nel passato.

Questa però è la cornice (senz’altro da studiare, conoscere e capire) rispetto alla quale altri studiosi (politologi, economisti, filosofi, scienziati politici, etc.) possono meglio di noi analizzare e aggiungere interpretazioni fertili. A noi, invece, a un certo punto, tocca di capire e indirizzare le più giovani generazioni verso un “che fare?” che mai come oggi esige risposte consapevoli ed efficaci.

4. Le situazioni territoriali analizzate

Nella seconda sezione l’autrice si sofferma sulle forme spaziali in cui più si esercita l’azione delle organizzazioni criminali: enclave, periferie, espansioni abusive.

È possibile – ovviamente con molto lavoro anche di gruppi più che di singoli studiosi – allargare l’osservazione ad altre tipologie della “territorializzazione di stampo mafioso”: anche per il crescente ruolo assunto dalla criminalità nel manovrare la leva finanziaria e a seconda del livello di penetrazione/internità rispetto al quadro istituzionale in diversi contesti, la stessa tende infatti ad affermare differenti meccanismi e modalità di controllo e intervento sullo spazio. Esistono molti piccoli comuni interamente gestiti – addirittura talora fino a esprimere o determinare il quadro politico amministrativo –, altre realtà in cui si condizionano gli strumenti urbanistici e gli altri principali atti di politiche ambientali; ci sono territori in cui si preferisce controllare “solo” le attività economiche, tramite compartecipazioni o “pizzo”, ancora contesti in cui conviene introdursi o dirigere totalmente progetti di opere, più o meno grandi, magari con l’uso del project financing che ne facilita la penetrazione, ecc. Può essere allora utile allargare il quadro delle situazioni studiate fino a proporre categorizzazioni allargate, ma sistematizzate, legate alle diverse interazioni contestuali tra chi amministra le istituzioni e le organizzazioni di mafia e ‘ndrangheta nelle differenti fasi relative alle dinamiche territoriali?

È utile, a mio avviso, innanzitutto, affinare lo sguardo e saper riconoscere separando quando necessario e tenendo insieme quando utile. In ogni caso, il tentativo che il libro fa è quello di concentrare l’attenzione sulle 3+1 forme spaziali studiate (non le uniche, evidentemente): forme urbane differenti, troppo spesso considerate, nelle politiche e nelle pratiche urbanistiche, un tutt’uno con una evidente sottovalutazione dei problemi e una inevitabile inefficacia delle soluzioni.

La questione è che inner cities controllate, periferie degradate e quartieri abusivi realizzati dalle organizzazioni criminali, hanno strutture spaziali differenziate che richiedono interventi differenziati, se, con le nostre competenze, pretendiamo di intervenire sull’ordinamento spaziale al fine di migliorare gli ordinamenti sociali. Che evidentemente non dipendono solo ma anche da noi, dalla nostra capacità di fare e non fare, di dire di si o di no, di costruire conoscenza utile al discernimento.

5. Indirizzi per le azioni: la debolezza delle istituzioni territoriali e la necessità di azioni dal basso

I risvolti politico-istituzionali della fase presente, caratterizzata dalla presenza di organizzazioni portatrici di interessi particolari che condizionano il sistema decisionale e ne determinano continuamente linee strategiche e programmatiche, risultano in un’accentuata debolezza al limite della presenza solo formale, dell’ente territoriale. Ciò che richiama non solo i soggetti citati, amministratori speciali e tecnici particolarmente esperti e determinati, ma anche la presenza di un quadro di attori sociali capaci di guardare alle opzioni di futuro delle proprie comunità (richiamati non solo dai teorici delle azioni dal basso come Marzocca, ma da economisti come Becattini e addirittura da un cultore di beni storici e paesaggio quale Settis). Nonostante i frequenti richiami alla partecipazione degli abitanti, le argomentazioni intorno a tali soggettività non rischiano di apparire un po’ troppo di sfondo nel volume, fino alla citazione di maniera?

La questione delle possibilità del contrasto attivo delle organizzazioni criminali, da parte di mobilitazioni e attivazione dal basso, sono riportate sia nella parte che riguarda il caso di San Marco Saggese sia nel caso di Borgata Finocchio. Non troppo altro, non perché si tratti di citazioni di maniera, ma poiché il libro ha un altro focus: le responsabilità e le azioni che gli urbanisti possono o meno decidere di fare. Con popolazioni consapevoli, capaci e animate, le Mafie non si diffonderebbero e la nostra azione non sarebbe forse neppure così necessaria. La questione è che dove ci sono queste forze dal basso, gli urbanisti, dentro e fuori le istituzioni, le devono accompagnare; dove non ci sono, gli urbanisti, attraverso il proprio lavoro e l’individuazione di regolazioni adeguate, devo sape suscitare l’emergere degli interessi legittimi in un quadro di legalità che incida sui comportamenti individuali e collettivi.

6. La formazione di specialisti

I casi studiati fanno emergere la necessità di tecnici dotati non solo di solida expertise, ma capaci di tradurre in azione la propria forte intenzionalità, fino a bloccare e invertire le tendenze in corso (vedi la già citata urbanista Marino a Bagheria). Questo non richiama la necessità di “fare scuola”; ovvero di procedere alla formazione sistematica di specialisti con approfondite conoscenze circa la “territorializzazione di stampo mafioso” e in grado di prospettare strategie ed azioni di risposta? Non è il caso di predisporre in tal senso appositi progetti formativi?

Certo. E’ quello che provo a sostenere con tutto il volume. Quello che sin dall’avvio della ricerca (e poi passando all’incontro con la Davis al MIT, come racconto) mi è sembrato sempre più assurdo, ossia che non ci siano dei percorsi formativi – ma neppure un corso opzionale – nelle università della Campania, della Puglia, della Calabria, della Sicilia, tanto per cominciare.

Il MIT si preoccupa di formare i professionisti che torneranno a casa (in Sud America o in altre parti del mondo) caratterizzate da forme di violenza cronica e noi non siamo in grado di offrire, a livello nazionale, men che meno dentro le scuole di architettura e ingegneria – una sola possibilità di approfondimento relativo al modo di intendere gli effetti urbani e territoriali di un fenomeno diffuso e frequente come le organizzazioni criminali e delle possibili strategie per trattarlo?

Speriamo che in questo modo noi si stia un po’ contribuendo a cambiare la direzione di marcia.

 

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