Dietro le Quarte

VITE DI GENIO E DI TORMENTO (Con un saggio inedito di Nicola Ghezzani)

VITE DI GENIO E DI TORMENTO (Con un saggio inedito di Nicola Ghezzani)
maggio 18
17:40 2016

“Non è così. Non è questa la verità. Le persone non hanno paura di ammalarsi e di morire; hanno paura di essere derisi, offesi e abbandonati dai propri simili (Jean Paul Sartre ha espresso questo concetto con una frase icastica: l’inferno sono gli altri. Non abbiamo paura della malattia o della morte, ma di quello che di noi faranno gli altri, quando saremo inermi nelle loro mani). Noi abbiamo paura degli altri esseri umani. […] E allora è la natura che ci soccorre. La natura, che ci gratifica con la sua luminosa, generosa, saggia indifferenza”.

Ora si capirà il tenore delle pagine di Ghezzani. Pagine che, da queste altezze, e partendo dai passaggi di crisi e cambiamento, dalla selva oscura che tutti noi attraversiamo, dal muoversi lento di un dolore in arrivo o dall’irrompere di un evento inaspettato e forte descrivono le vite di alcuni personaggi noti, noti perlopiù per la loro creatività, il genio, l’arte. Persone che si presentano ai nostri occhi spesso come miti, e, semplificando molto, potrebbero sembrare sempre felici, data la loro fortuna presso il pubblico. E abbiamo voglia di vederli così, a consolazione, come se volessimo sapere che c’è un luogo possibile, per qualcuno, che salva dal dolore. E invece.

Sono le vite di Hermann Hesse, di Nietzsche, di Ingmar Bergman, di Hemingway e di altri uomini e donne che hanno attraversato l’esistenza terrena dovendosi muovere su un selciato aspro e pieno di ostacoli.

ghezzani4Il senso del libro di Nicola Ghezzani, “Le eclissi dell’anima”, è, come annuncia lo stesso autore (psicoterapeuta e scrittore, oltre che cultore della poesia), “che noi abbiamo uno scopo e che, se ne siamo coscienti, questo scopo si imprime nei nostri neuroni nei termini di una vocazione […]. Ciascuno di noi ha il suo genio personale […] E tutti possiamo  dare un senso alla nostra vita proprio grazie al dialogo con questo genio”.

“Negli ultimi anni mi sono chiesto – leggiamo le parole sul suo sito – con la massima serietà come e perché uomini e donne di grande intelligenza e non di rado di straordinario successo abbiano vissuto gravi crisi psicologiche ed esistenziali. E, poiché si tratta in ogni caso di persone straordinarie, mi sono chiesto altresì se il modo come hanno gestito queste crisi (nel bene e nel male) possa insegnarci qualcosa. Il libro che qui presento è il risultato di questa appassionata riflessione”.

Si citava il genio, poco fa. E non possiamo in questo luogo certo tralasciare il genio della lettura, quello che Ghezzani ci propone quale forma particolare e meno documentata.

E’ un elogio della lettura che i frequentatori del blog di una casa editrice apprezzeranno moltissimo, traendo anche gratificazione personale: “Il lettore di genio – si legge in quelle belle pagine – si lascia attraversare, affascinare, influenzare e accrescere nella sua vasta coscienza dall’autore […]. Lo legge, perché intravede nell’autore la sua illimitata libertà. […] L’esistenza stessa del lettore che è posseduto dal genio della lettura si confonde, mentre legge, con quella di tutti, uomini e mondi, e per questa via scivola nell’eternità”.

La competenza dello psicologo e l’abile penna dello scrittore si coniugano per farci scivolare in un’esperienza di lettura e di vita che ci farà sentire in viaggio verso un possibile senso delle cose, dei nostri movimenti, del nostro cammino addirittura.

Una lettura davvero luminosa, e soave dove si fa poesia.

Suggeriamo queste pagine a chiunque, pur lontano dalla professione di psicologo.

Ma, avidi, approfittiamo di avere Ghezzani a portata di mail e gli chiediamo un regalo in più.

Guardiamo la copertina del libro e… c’è qualcosa, in quel quadro, che ti tiene lì, e passa per lo stomaco, e un po’ fa paura, e un po’ commuove. L’occhio profano vi annusa disordinatamente il tema del doppio, dell’ombra, della visione di un altrove oltre la fine… E chissà cos’altro c’è, che noi non vediamo. E perché non chiederlo a lui?

 ~

Nicola Ghezzani
Prigionieri della terra di mezzo
Caspar David Friedrich e Giacomo Leopardi

L’anima malinconica di Caspar David Friedrich

La copertina del mio ultimo libro, Le eclissi dell’anima, è occupata per intero da un gioiello della pittura romantica tedesca: Il tramonto di Caspar David Friedrich, dipinto fra il 1830 e il 1835. Quando l’ho vista la prima volta, il mio cuore ha avuto un balzo di gioia. Con quest’ultimo libro, lo studio grafico dell’editore FrancoAngeli ha fatto una scelta particolarmente felice: felice perché l’immagine compendia alla perfezione il significato della mia opera.

Il tramonto è un olio su tela di piccole dimensioni oggi custodito presso il museo dell’Ermitage di San Pietroburgo. Il soggetto è suggestivo: due viandanti, due uomini vestiti con abiti di foggia tedesca tradizionale, appaiono giunti al termine del loro cammino. I due appaiono fermi: giunti ad un punto dal quale non è più possibile procedere, sostano affascinati dalla visione posta davanti ai loro occhi. Hanno di fronte la superficie del mare, confusa con fiordi e insenature e adombrata da nuvole che coprono con sottili venature il cielo e il sole che tramonta. Le tinte sono smorzate, tenui, salvo le silhouette nere dei due personaggi che campeggiano sull’intenso arancione del tramonto. Non c’è dubbio che il soggetto del quadro sia la caduta del sole oltre la linea dell’orizzonte e la meditazione che i due personaggi fanno di fronte ad essa.

Nato in Pomerania, a Greifswald, nel 1774 e morto a Dresda nel 1840, Friedrich visse una vita tormentata. Ancora giovanissimo perse la famiglia. Adulto, benché sposato con una donna innamorata da cui ebbe tre figli, non riuscì mai ad alleviare l’irriducibile sentimento di solitudine. Conseguiti importanti successi in una prima fase della sua attività, la sua vita cominciò a scivolare in un irreversibile declino. Gli venne rifiutato il professorato all’Accademia di Dresda, cui teneva tanto, e le commissioni diminuirono. Il crollo successivo fu drammatico. Friedrich passò i suoi ultimi vent’anni pressoché ignorato, in miseria, sopravvivendo con la famiglia grazie alle collette degli amici e dei pochi residui estimatori.

Il tramonto è un’opera di questa fase tragica, in cui l’autore, amareggiato e immiserito, fu affetto da gelosie paranoidi e manie di persecuzione. Cominciata nel 1830 l’opera fu terminata nel 1835, cinque anni prima della morte, avvenuta per le conseguenze di un infarto. Vi si respira uno struggente sentimento di impossibilità e allo stesso tempo il fascino di una sfida ai limiti dell’umano. Laddove non si può procedere – sembra dirci il dipinto –, laddove il corpo è impossibilitato ad agire e i sensi scoprono la propria impotenza, estenuandosi in una visione che non riescono nemmeno a definire, là c’è un punto limite grazie al quale l’anima si scopre ambigua e scissa. La mente, che si percepiva limitata nelle sue aspirazioni, d’un tratto sa di vivere in due mondi: perché proprio grazie al sentimento del limite scopre la fantasia e prende atto del suo spazio illimitato. Tutto allora diventa duplice. l’Io è consapevole sia di non poter padroneggiare il mondo esteriore, sia che lo stesso mondo esteriore non gli è più sufficiente; ed ecco che un’ombra gli si affianca. Laddove tutto era limitato e stretto dall’angoscia, uno sdoppiamento lo rende molteplice, un’ombra lo fa apparire infinito. Quest’ombra è la fantasia, che supplisce tanto all’impotenza dell’Io quanto a quella del mondo.

L’Io è ora duplice: mormora, dialoga con se stesso; ma anche il mondo è duplice: sembrava piccolo e stretto ed ecco che sfuma da ogni lato, moltiplica i suoi orizzonti. A quest’ora della sera, quando il giorno e la notte vivono l’uno accanto all’altra e talvolta è possibile vedere il sole che tramonta e la luna già alta in cielo, a quest’ora il Doppio si mostra. Il Doppio – l’alter ego del nostro corpo fisico – nega l’Io primario: ora un secondo Io gli si oppone punto per punto, un Io che sembra esistere solo nel desiderio e nella fantasia: riprendendo una definizione di William Butler Yeats, ho chiamato questo secondo Io Io antitetico. La funzione del secondo Io è di raccogliere le emozioni discordanti e di immaginare un mondo alternativo: il Mondo antitetico, un mondo opposto, sfuggente, inattingibile dalla coscienza e perciò libero. Dunque, Caspar David Friedrich sembra dire, in questa sua opera tarda come in altre opere della stessa epoca, che la libertà umana non si concretizza nel reale; il suo spazio è nell’immaginazione.

Quando Friedrich aveva tredici anni, mentre pattinava, il ghiaccio gli si infranse sotto i piedi: precipitò. Fu salvato dal fratello Johann Christoffer, che però perse la vita. Possiamo supporre che il ricordo del fratello non l’abbia mai abbandonato. Possiamo supporre che l’abbia accompagnato per il resto dei suoi anni, fino a rappresentare il suo Io antitetico e a suggerire, con la sua sola presenza, l’esistenza di un Mondo antitetico, il mondo della fantasia, mediato dal mondo dei morti. Se i morti non sono “qui” fra noi, essi sono “là”, dove giacciono tutti i desideri, i sogni e i progetti mai realizzati.

La mia ipotesi circa il significato del quadro è che Caspar David, ossessionato dalla privazione degli onori che sapeva di meritare (fino al punto di immaginare che la stessa moglie potesse essergli sottratta da qualche volgare seduttore), si alienò dalla vita coi suoi simili. Infine si spinse a vivere del tutto in un “al di là” ultramondano, in quella zona di mezzo tra la vita e la morte, tra il reale e l’immaginario, dove i volti – cioè le identità sociali – si negano e si cancellano e dove, come i due personaggi del quadro, si resta in estasi a contemplare il trapasso definitivo del mondo.

Nel quadro di Friedrich campeggia lo stesso sentimento di aggressione e di rifiuto nei confronti del mondo reale, evocato dalla passeggiata con un personaggio oscuro, forse un morto, forse un sosia di se stesso, che suggella la cancellazione definitiva dell’esistenza altrui. Tutt’intorno c’è un deserto di cui non si percepiscono i limiti. Forse, gli esseri umani sono tutti scomparsi, certamente non ve ne sono altri nella visione dipinta. Domina la morte, ma soprattutto la morte degli altri.

Questa mia ipotesi può essere avvalorata dai versi che seguono, scritti da Friedrich in un momento di autoanalisi: «Perché, mi son sovente domandato, / scegli sì spesso a oggetto di pittura / la morte, la caducità, la tomba? / E’ perché, per vivere in eterno / bisogna spesso abbandonarsi alla morte». L’artista si domanda perché la sua ispirazione sia stata così spesso attratta dall’idea della morte e si risponde che la morte gli suggerisce l’Eternità: un tempo-luogo sacro opposto alle banali e deludenti contingenze del mondo sociale. Dunque, tracciata la linea che separa la vita dalla morte, l’artista ripudia il mondo sociale reale, il mondo dei vivi, e si colloca nel mondo antitetico dei morti, forse in contatto la sacralità di Dio, certamente accanto ai grandi artisti del passato, morti e collocati nella dimensione fuori del tempo dell’ideale.

Lo spirito tragico di Giacomo Leopardi

Di questo sentimento di ripudio aveva già parlato, da par suo, Giacomo Leopardi.

In un frammento scritto nel 1819 e intitolato Odi, Melisso, il poeta mette in scena un breve dialogo (anche qui, come nel quadro di Friedrich, due uomini, due amici, stanno l’uno accanto all’altro). Nel dialogo, Leopardi fa narrare al greco Alceta la scena di un sogno fatto da lui stesso, datato nello Zibaldone al giugno del 1819. Il poeta aveva ventitré anni. Tra i vari abbozzi e spunti annotati sotto il titolo di Argomenti di idilli, ce n’è uno che porta quella data e contiene, tra le altre, questa frase: «luna caduta secondo il mio sogno».

Ecco il dialogo:

ALCETA

Odi Melisso; io vo’ contarti un sogno

Di questa notte, che mi torna a mente

In riveder la luna. Io me ne stava

Alla finestra che risponde al prato,

Guardando in alto: ed ecco all’improvviso

Distaccasi la luna; e mi parea

Che quanto nel cader s’approssimava,

Tanto crescesse al guardo; infin che venne

A dar di colpo in mezzo al prato; ed era

Grande quanto una secchia, e di scintille

Vomitava una nebbia, che stridea

Sì forte come quando un carbon vivo

Nell’acqua immergi e spegni. Anzi a quel modo

La luna, come ho detto, in mezzo al prato

Si spegnea annerando a poco a poco,

E ne fumavan l’erbe intorno intorno.

Allor mirando in ciel, vidi rimaso

Come un barlume, o un’orma, anzi una nicchia,

Ond’ella fosse svelta; in cotal guisa,

Ch’io ne agghiacciava; e ancor non m’assicuro.

 

MELISSO

E ben hai che temer, che agevol cosa

Fora cader la luna in sul tuo campo.

 

ALCETA

Chi sa? non veggiam noi spesso di state

Cader le stelle?

 

MELISSO

Egli ci ha pure tante stelle,

Che picciol danno è cader l’una o l’altra

Di loro, e mille rimaner. Ma sola

Ha questa luna in ciel, che da nessuno

Cader fu vista mai se non in sogno.

 

Alceta racconta all’amico Melisso un sogno terribile: incredibilmente, la luna è caduta in terra, è solo un piccolo astro fiammeggiante della dimensione di un secchio, venuto a morire fra noi. La palla rotolante schizza e sputa fuoco, è assurdamente piccola e sta per spegnersi per sempre. In cielo, al suo posto, è rimasto un orribile vuoto, come quello di un’orbita privata del suo occhio. Ascoltato il racconto, Melisso non ne è affatto impressionato e con cinica ironia contesta all’amico che la luna è ferma in cielo da sempre e che non può cadere. Il sogno, pur descritto in tutta la sua violenza, viene respinto come insensato.

Dialogo misterioso: perché Leopardi, di solito così parco di immaginazione fantastica, mette in versi un sogno? La scena deve averlo colpito a tal punto da spingerlo a creare qualcosa che nella sua produzione è insolito, anzi pressoché unico.

Poniamoci delle domande. Chi sono i due personaggi? Cosa rappresentano nella psiche del poeta? Nel dialogo, Leopardi dà innanzitutto la parola all’inconscio, che gli si era manifestato in un sogno, anzi un incubo. Per bocca di Alceta, l’inconscio racconta che l’astro notturno, rivelatosi come una finzione, è rovinosamente caduto lasciando il cielo orbo di sé. Attraverso l’altro personaggio, Melisso, Leopardi dà voce per contro alla sua coscienza razionalista, che lo costringe a mettere al bando tutto ciò che non gli sia possibile “spiegare”.

Ecco, anche nel misterioso dialogo leopardiano possiamo scorgere una dualità: un Io primario, Melisso, che descrive un Mondo primario nel quale domina un Super-io avaro di speranze; e dall’altra parte un Io antitetico, Alceta, che racconta di un Mondo antitetico nel quale quel Super-io è scalzato dal suo trono e reso orrendo e ridicolo nella sua tragica caduta e nella sua prevedibile morte.

Ma cos’era la luna per Leopardi?

Simbolo del gelido realismo che gli impedì per tutta la vita di dare libero corso alla fantasia, Leopardi adoperò la luna per rappresentare la Spes, la Speranza, l’ultima dea. Ma era una speranza ben strana: non un indice della fantasia messo al servizio dell’azione, bensì una luce dolce e spietata che non sarebbe mai caduta e avrebbe continuato con ferrea coerenza a illuminare desideri che non si sarebbero mai realizzati. Nella poetica di Leopardi la luna è una severa maestra che non solo insegna ma anche impone l’incrollabile certezza che i desideri non potranno mai altro che fallire. Quindi, il poeta che lacrima sotto la luna è l’artista sconfitto dal suo stesso sentimento di impossibilità.

Ma al di sotto di quanto Leopardi stesso abbia intuito, noi avvertiamo un mondo più antico, noto a quel raffinato conoscitore delle letterature classiche che egli fu: la luna era una divinità della sua religione laica: era la giovane Artemide votata a imporre la verginità a se stessa e ai suoi seguaci (e noi sappiamo che Leopardi rimase vergine) e la vecchia Ecate regina del mondo dei morti. Eretta e regina dell’immaginario leopardiano, la luna era una dea cacciatrice di illusioni, assassina di relazioni, prigioniera dell’armatura d’acciaio della sua splendida arroganza.

Ebbene, questa dea, in forma di luna, è tragicamente caduta e la sua caduta è al tal punto stupefacente che sta al centro del componimento. Se accettiamo il realismo del sogno e diamo per vero il cataclisma, allora il senso della visione onirica di Leopardi riportata dal racconto di Alceta, è che la finzione suprema (l’“illusione giovanile” di cui egli parla di continuo) è venuta meno. La luna, la dea della religione della solitudine e della sconfitta, la sorella di quel sole che illumina il triste mondo quotidiano carico di delusioni, la luna è solo una piccola palla infuocata, che abbiamo immaginato più grande e potente di quanto non fosse. Ora è caduta, come un misero trucco di teatro. Dall’orrido vuoto sembra poter sgorgare un caos senza fine. Ma ciò, ben al di là del significare il crollo definitivo del desiderio, indica piuttosto la distruzione del Super-io, di quel faro spietato che schiaccia il poeta sotto il suo mostruoso e delizioso solipsismo. La certezza di questo Super-io – come ogni certezza ed ogni Super-io – è solo una finzione scenica che la mente antitetica può svelare e distruggere, ma al prezzo di scoprire che la psiche ha sempre al suo centro un vuoto incolmabile.

Nel frammento di Leopardi il vuoto del cielo dimostra che il dolore della perdita delle speranze non era altro che una quinta teatrale e che la vita avara e amara del poeta si mostra ora in tutta la  sua falsità, come una pantomima – una sorta di inganno ordito dagli dei, di cui si può solo inorridire. Il vuoto, da cui potrebbe sgorgare la libertà dal dolore perenne, è invece fonte di angoscia: Leopardi non ride del patetico mostro, non gioisce della sua detronizzazione, non capisce l’impulso rivoluzionario che ha creato il sogno. Rigetta la scena nel sogno, la fa deridere dal suo spirito caustico, e si consegna di nuovo e fino alla morte al suo dolore inconsolabile.

L’eclissi dell’anima è dunque pregna di rischi. Come Leopardi si può inorridire della finzione mondana che si vorrebbe abbattere, ma senza sapere con cosa sostituirla; oppure, come fa Friedrich, ci si può esiliare dal mondo sociale sostando nel mondo dei morti e dell’immaginazione, per essere completi in se stessi, lontani per sempre da ogni scambio con gli altri esseri umani.

La Terra di mezzo

Della vita Friedrich abbiamo descritto gli elementi salienti: i lutti familiari precoci e la sensazione di essere l’indegno superstite di una strage; poi, in età matura, il voltafaccia del mondo sociale, che dopo averlo blandito lo  abbandona a se stesso. Come dice un paso delle Mille e una notte «rifiuta chi è rifiutato» e Caspar David si chiude in un cupo isolamento attraversato da lampi di paranoia. Rifiutato il Mondo primario e scivolato per i paesaggi del Mondo antitetico, nel suo caso un mondo di morti, Caspar David Friedrich non trovò un passaggio che lo riconducesse al Mondo primario, alla realtà comune, dove poter condividere ancora la sua arte. Rimase prigioniero di una Terra di mezzo. Morì relativamente giovane, a sessantacinque anni, senza mai aver fatto ritorno.

E Leopardi? La sua vita fu forse anche più tragica.

Tra il 1815 ed il 1816, solitario sin dall’infanzia nella villa recanatese, compiuti i diciotto anni, ripudia il modello paterno – senza mai aver avuto una qualche forma esplicita di amore da parte della madre – e diventa ateo. Il 1818 è l’anno in cui pubblica il Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica, in difesa della poesia classica, e le due canzoni All’Italia e Sopra il monumento di Dante. Intanto, è colpito da una grave malattia agli occhi che gli impedisce non solo di leggere, ma anche di pensare, tanto che più volte medita il suicidio. Il rifiuto del Romanticismo a favore di un Classicismo intriso di una ferma fede laica di confessione razionalista e illuminista gli fanno cessare ogni rapporto col sogno e la fantasia, ma non col desiderio, che diventa un rovello tormentoso. Orgoglioso e ormai straniero all’umanità, si innamora più volte senza mai osare un corteggiamento e quindi mai corrisposto. Avrà solo un paio di amici sinceri e fidati. Muore il 14 giugno 1837, a soli trentanove anni, per l’aggravarsi dei mali che lo affliggevano da tempo.

Orgoglioso come Dante, ma privo della sua salute fisica e soprattutto del suo coinvolgimento politico attivo, scelto il mondo sublunare della disperazione, nel quale domina un Super-io spietato che mentre gli dà un’inflessibile forza morale allo stesso tempo lo tortura, non riuscì mai più a rientrare dal suo viaggio nella Terra di mezzo.

Gli errori dei grandi ci insegnano molto. Rimane nella Terra di mezzo chi, per quanto grande, ha commesso l’errore di aver rifiutato l’inconscio e di essere rimasto prigioniero di una coscienza tagliata fuori dalla necessità di vivere in un Mondo condiviso. Si esce dalla Terra di mezzo in due modi: ignorando la lusinga ipnotica della meta, consapevoli che la meta è in realtà il percorso stesso che è già in atto; e godendo sempre ad ogni istante dell’immensa libertà del Momento presente.

L’eclissi dell’anima si può vivere davvero male; ma si può anche vivere bene: con la certezza che, nonostante sembri inghiottito da una divinità infera, il sole tornerà a splendere, e lo farà su un mondo che noi, con la nostra persistenza nell’esistere, saremo riusciti a fare nostro.

 

 

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