Dietro le Quarte

VOLTI ANNEGATI, LUCI SULL’ACQUA E UN CANTO CHE SALE. Pensieri e azioni per i morti senza nome

VOLTI ANNEGATI, LUCI SULL’ACQUA E UN CANTO CHE SALE. Pensieri e azioni per i morti senza nome
novembre 25
17:09 2016

“Se ci fosse davvero silenzio si potrebbero ascoltare le storie. Come quella che portava il mare sulla spuma di voci umide e roche. Hanno timbri profondi i cori clandestini. Se ci fosse davvero silenzio. Una volta quei sussurri li hanno uditi i pescatori. Ed era canto scuro e subacqueo. Era canto di afflizioni di sorti segnate. Per vite portate al macero. Una volta l’hanno udita i pescatori quella voce che si sollevava dal profondo. Sgorgavano parole fradice d’acqua a inquietare la notte gelata dell’universo”.

È, quella gelida notte, una del lontano Natale 1996, quando nel Canale di Sicilia, alle tre, si inabissa per collisione un peschereccio. Muoiono 293 persone. I superstiti sono trasportati a Ermioni, in Grecia. Testimoniano il disastro. Ma le loro voci cadono inascoltate, non credute, nel silenzio. I clandestini verranno espulsi.

Una storia drammatica e scandalosa, emersa – e mai termine fu più giusto – grazie a Giovanni Maria Bellu, giornalista di Repubblica, che a seguito della testimonianza  del pescatore Salvatore Lupo e grazie all’affitto da parte del giornale di un robot subacqueo, mostra  le immagini del naufragio.

Le parole strazianti e altissime che aprono questo nostro articolo sono tratte dal libro “Un canto clandestino saliva dall’abisso” di Mimmo Sammartino (Sellerio, 2006), che sceglie la trasposizione lirica per denunciare il disastro.

Denuncia che arriva copertinaalle stampe oggi per la nostra casa editrice con il preziosissimo volume “I diritti annegati” di Cristina Cattaneo (medico legale, direttrice del laboratorio di antropologia e odontologia forense Labanof dell’Istituto di medicina legale dell’università statale di Milano) e Marilisa D’Amico (professore ordinario di Diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Milano, direttore della Sezione di Diritto costituzionale del Dipartimento di Diritto pubblico italiano e sovranazionale).
 
Si tratta del titolo che inaugura la collana “I diritti negati”, diretta dalla stessa D’Amico con Gustavo Zagrebelsky.
 
Ai tempi del naufragio ricordato da Sammartino ancora non esisteva un protocollo per l’identificazione delle vittime, esperienza che vede l’esordio nell’ottobre 2013, dopo la morte di 366 migranti davanti a Lampedusa e quando Vittorio Piscitelli (Commissario Straordinario del Governo per le persone scomparse, che firma la prefazione al libro) con il laboratorio Labanof di Milano sperimenta appunto il protocollo, come ci ricorda anche recentemente un bell’articolo de l’Internazionale con parole toccanti della Cattaneo.

Vi leggiamo: “Sono gli oggetti recuperati dalle tasche, i vestiti, i foglietti di carta nascosti a parlare delle vite di queste persone, delle loro speranze, del loro passato e di quello che pensavano di costruire: “Ci sono portafogli pieni di fotografie. Facce di madri, di mogli, di figli. Ci sono liste di numeri di telefono, biglietti, lettere, profili Facebook da contattare. Ci sono pagelle scolastiche, tessere universitarie, passaporti. Ci sono scatole con delle medicine, magliette di squadre di calcio europee, anelli, telefoni, ricordi”, racconta la dottoressa”.

Immaginiamo i visi dei parenti, cui rimangono in mano questi piccoli segni. È a quei volti, a quegli occhi che dobbiamo rispondere, in qualche modo.

Ma succede invece che la maggior parte dei corpi dei migranti morti nel Mediterraneo non sia mai stata recuperata o, anche quando lo fosse, non identificata. In tombe senza nome restano dunque quelle persone, date genericamente per “scomparse”.

Due team di ricerca ai quali fanno riferimento le nostre autrici, presso l’Università di Milano, si muovono, nel vuoto normativo, per cercare di rispondere alle domande incalzanti sulla grave situazione e alle problematiche giuridiche connesse: Come dare un nome a questi morti? Esiste un dovere giuridico che imponga il recupero e l’identificazione? Come rispettare i diritti delle famiglie di quei “dispersi”? E cosa accade, in queste famiglie, quando ciò non avviene?

“In fondo al mare – scrive la D’Amico in questo libro che ha il merito di sollevare una problematica che tocca profondi principi costituzionali mentre denuncia l’assenza  una volontà politica comune a tutti i membri dell’unione europea – non giacciono solo corpi senza nome, ma storie di intere famiglie alle quali è stato precluso il diritto di conoscere il destino dei loro cari, di onorarli, di ricordarli, di seppellirli ognuno secondo le proprie tradizioni”.

“Gli annegati vagano nei fondali senza sollievo di pace. Non si arrendono alla tregua dei morti per credito di verità. Per attesa delusa di umana pietà. […] I sopravvissuti sentono ancora freddo ogni volta che guardano il mare. Interrogano il vento e la schiuma e infilano nostalgie di villaggi lontani negli incastri delle memorie […] Una cosa hanno capito: quella notte, in quella tempesta, in quel naufragio, in quella disperazione, sono morti tutti. Anche loro”.

Così come fa Sammartino con parole poetiche, e le nostre autrici con quelle tecniche che vengono dalle rispettive competenze professionali, il pensiero a questa storia brutta dei nostri tempi giunge da illuminati creativi che, con la cifra della propria fantasia, la dicono a modo loro, e di solito arrivano dritti al cuore.

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Così come fanno proprio i cuori galleggianti di un progetto – pensato e illustrato in una immagine rendering che gentilmente ci viene regalata – del designer Giulio Iacchetti: boe che sorreggono cuori illuminati, posizionate in mare, là, sopra quei corpi, a memoria. Almeno questo.

E per restare alle immagini, questa volta purtroppo ancora più drammatiche, andiamo allo scorso 3 novembre, quando alla Camera dei Deputati, dove il libro veniva presentato, il signor Tadese Fisaha, un sopravvissuto al naufragio del 3 ottobre, dona alle autrici un quadro. I volti sorridenti che ci guardano sono quelli delle vittime, che lui ben conosceva.
 
“I diritti annegati” è un testo di denuncia, ma anche un lavoro rigoroso di esame puntuale sugli aspetti etici, giuridici, legali e di aiuto umanitario.

Un aspetto, quest’ultimo, che  – così come è per l’inevitabile commistione di lirica, immagini toccanti e attività professionali concrete e produttive – si mescola, nelle belle parole di Piscitelli portate a introduzione del volume, con l’impegno istituzionale serio e determinato: “questo è il mio Paese, unica nazione europea dove qualcuno ha pensato di creare un’istituzione che si occupa esclusivamente di persone scomparse e di corpi non identificati, ed io ho l’orgoglio sconfinato di appartenere proprio a questa nazione “unica”.”

A renderla tale anche il lavoro di Cristina Cattaneo e Marilisa D’Amico. Ben accompagnate, riteniamo, dalla voce della poesia e dell’arte creativa, per un significato comune, che nel dramma di quanto sta accadendo ai popoli possa almeno farci assaporare un senso di giustizia.

 

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